CATANIA – Una morte burattina e burattinaia che ha le sembianze della Sicilia che piange l’ennesima morte per mano mafiosa. Non è una morte qualunque, è quella del giudice Rocco Chinnici, saltato in aria con una carica di tritolo occultata in una Fiat 126 davanti alla sua abitazione di via Pipitone a Palermo, che provocò il decesso di altri innocenti, come Stefano Li Sacchi, il portiere dello stabile. A lui il compito di rievocare la figura di Chinnici, il suo coraggio, l’ostinazione che lo porterà a creare il Pool Antimafia. Mentre la morte con falce evoca il dolore della terra matrigna (Laura Giordani che cura anche una sapiente regia e l’adattamento del testo), due fantasmi riaffiorano dalle macerie per raccontare questo strazio e questa violenza. Appunto Stefano (un commovente e misurato Saro Pizzuto) e un giovane poliziotto (un convincente Riccardo Vinciguerra). E c’è il testo dell’autore Giovanni Coppola, incisivo, veemente, non retorico, che offre il suo spaccato di coscienza civile lacerato, ferito, ma non rassegnato. La Sicilia degli onesti che non abbassa la guardia, che non nasconde la testa sotto la sabbia come uno struzzo, che inveisce contro il malaffare, raccogliendo la migliore tradizione dell’intellighenzia isolana. Il suo è un accorato monologo civile che scuote e che nelle mani della Giordani diventa convincente materia drammaturgica da plasmare. Quello che ne viene fuori non è scontato perché c’era il rischio di cadere nella trappola del già visto, invece no. Emergono i canti disperati di Rosa Balistreri, i piani sequenza della natura assolata di Francesco Rosi, fanno da sottofondo e da colonna sonora a una triste vicenda siciliana che bisogna rievocare per non dimenticare. Un pubblico attento e

commosso ha decretato il successo del lavoro teatrale, in scena fino a domenica 24 gennaio al Teatro del Canovaccio. Con la speranza che lo si possa riproporre nelle scuole alle nuove generazioni.

Domenico Trischitta

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