Domenico Trischitta

L’umanizzazione del Cristo prende ispirazione dai Vangeli apocrifi. Non si spiegherebbe il grande successo del “Jesus” di Jewison e de “L’Ultima tentazione” di Scorsese, in entrambi i casi il Gesù è rivoluzionario e troppo umano. Deve averlo capito bene anche Emanuele Puglia nel suo adattamento drammaturgico “Si chiamava Gesù”, rappresentato al Castello Ursino, che prende ispirazione da Gibran e si supporta della musica del più anarchico dei cantautori italiani, “La buona novella” di Fabrizio De Andrè, per l’occasione arrangiata da Gianluca Cucchiara.

Sulla scena lo stesso Puglia e Carmela Buffa Calleo che interpretano dal vivo le canzoni del genovese maledetto e attorno i racconti dei derelitti, degli sconfitti, degli ultimi, che saranno i primi a volare in cielo e sedere al fianco del figlio di Dio. Puglia si immola nella verità della finzione teatrale e da voce a coloro che erano testimoni, stregati o affascinati da quell’uomo che procedeva con passi lunghi e a testa alta. Eguagliata dalla Calleo, cui spetta il compito di trasmettere il senso della maternità, quella santa di Maria, che ostenterà dignità e forte rassegnazione anche quando il figlio dell’uomo sarà crocifisso sul Golgota. Quello che resta di questa emozionante missinscena è un senso di laica spiritualità, una riflessione sull’eterno dubbio se noi esseri finiti e terreni siamo in grado di elevarci, di staccarci da un ferinità che non dovrebbe appartenerci. Le scene e i costumi sono di Giuseppe Andolfo, regia di Emanuele Puglia.

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