CATANIA – La regina di Micene è tornata. La ritroviamo ai nostri giorni, più risoluta e combattiva che mai nell’affrontare l’irrisolto conflitto famigliare in un scenario di efferata crudeltà. Ad una delle più straordinarie figure del Mito classico s’ispira e intitola “Clitennestra”, la novità assoluta scritta e diretta da Vincenzo Pirrotta, che vede nel title role Anna Bonaiuto. La coproduzione del Teatro Stabile di Catania e del Teatro Biondo di Palermo  prevede un cast tutto al femminile, che vede in scena, al fianco di Anna Bonaiuto: Silvia Ajelli, Giulia Andò, Roberta Caronia, Elisa Lucarelli, Cinzia Maccagnano, Lucia Portale, Yvonne Guglielmino. Le scene sono di Renzo Milan, i costumi di Giuseppina Maurizi, le luci di Nino Annaloro e le musiche originali diGiacomo Cuticchio. Dopo il debutto palermitano, lo spettacolo approda dal 22 maggio al 7 giugno nel capoluogo etneo alla Sala Verga.

Pirrotta, autore e regista di questo singolare sequel della tragedia eschilea, immagina che Clitennestra, personaggio centrale nella mitologia greca e nell’Orestea, si risvegli dopo un letargo di tremila anni. Squarciando il velo di placenta dentro il quale ha riposato tutto questo tempo, Clitennestra si ritrova in un mondo postmoderno di distruzione e macerie: il lusso è per i pochi, un’elite di uomini che si sono proclamati dei, guidati dai figli di Clitennestra – Elettra e Oreste – anch’essi tornati nei luoghi della tragedia. In questo scenario di ferocia e desolazione, le Eumenidi sono scese dal loro piedistallo e sono ridiventate Erinni per proteggere la nuova casta “divina”. La spaesata Clitennestra rivendica la propria dignità regale e compie, assumendosi tutto il carico di sofferenza e di ricordi, un viaggio che la condurrà ad un incontro-scontro con i propri familiari.

Conservando la struttura della tragedia classica, Pirrotta riscrive la leggenda per i nostri giorni, inventando un nuovo linguaggio, che trasforma il coro in una ritmata e potente narrazione dal sapore epico e dal fraseggio jazz. La scena e i fantasiosi costumi contribuiscono a situare la vicenda in un tempo indefinito, con accenti pop e contorni metateatrali.

«Mi interessava affrontare un discorso sulla spiritualità, o meglio sulla mancanza di spiritualità nel mondo di oggi – spiega Pirrotta – Sono partito dall’assunto che, sempre più spesso, l’uomo tende a sostituirsi a Dio. Volevo scrivere una metafora dei nostri giorni, un’inquietante proiezione di quello che possiamo verosimilmente aspettaci se continuiamo ad accettare questa deriva di prevaricazione ed egoismo. Se assecondiamo questa terribile decadenza, che abbiamo coltivato e sposato con rassegnazione, consegneremo ai nostri figli un mondo di desolazione e ferocia»

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