CATANIA- Estragone e Vladimiro, Pozzo e Lucky, antieroi in bombetta. L’uno è spalla dell’altro. Un quartetto indissolubile di marionette che meditano sull’infelice felicità della vita e attendono indolenti (e invano) un misterioso personaggio, insieme alla luna, ad un albero e ai colori della notte. Si tratta di un gioco tragico che però non esclude la leggerezza, la risata e persino la speranza. Questo è il non- racconto, scarno ed essenziale, di “Aspettando Godot”. L’opera più conosciuta di Samuel Beckett, nato a Dublino nel 1906 e premio Nobel per la letteratura nel 1969, sarà ospite per la stagione 2014/ 2015 del Teatro Stabile di Catania, diretto da Giuseppe Dipasquale. L’appuntamento è alla sala Verga, dal 10 al 15 marzo.

Si tratta della prima messinscena beckettiana per Maurizio Scaparro, tra i più autorevoli regista della scena italiana ed internazionale, che si circonda di un formidabile quartetto di attori di grande valore e temperamento formato daAntonio Salines (Estragone), Luciano Virgilio (Vladimiro), Edoardo Siravo(Pozzo), Enrico Bonavera (Lucky). Accanto a loro Michele Degirolamo nel ruolo del Ragazzo. La nuova produzione, firmata dal Teatro Carcano di Milano, ha voluto le scene di Francesco Bottai e i costumi di Lorenzo Cutùli, il disegno luci di Salvo Manganaro.1 ASPETTANDO GODOT - Antonio Salines, Luciano Virgilio,  Edoardo Siravo,Enrico Bonavera-foto Andrea Gatopoulos

Scritto tra la fine del 1948 e l’inizio del ‘49, “En attendant Godot” fu subito definito un “capolavoro che provocherà disperazione negli uomini in generale e in quelli di teatro in particolare”. I vagabondi protagonisti dell’opera sono, infatti, diventati l’emblema della condizione dell’uomo del Novecento, essere in eterna attesa, vagante verso la morte, punto minuscolo nella vastità di un cosmo ostile, contrassegnato già dalla nascita (“partoriscono a cavallo di una tomba, il giorno splende un istante, ed è subito notte”, dice Pozzo).

«Sento la responsabilità, il peso e l’emozione- racconta Scaparro- di mettere in scena “Aspettando Godot”. Quest’opera mi colpisce anzitutto per le sue radici collegate alla millenaria e senza confini Cultura Europea, che noi stiamo colpevolmente dimenticando. Beckett è certamente tra i primi nel Novecento a intuire che, nel mondo attuale, lo spazio per la tragedia si è fatto minimo, entra di nascosto, quasi sotto il velo del gioco, usa toni leggeri e punta talvolta anche al riso».

«Mi piace ricordare- aggiunge il regista, sottolineando la dimensione europea del suo autore- che per più di cinquanta anni l’irlandese aveva vissuto nel quartiere operaio di Montparnasse (e dal ‘40 al ‘45 ha avuto un ruolo attivo nella resistenza francese). I suoi compagni d’avventura in quel periodo erano stati, tra gli altri, anzitutto James Joyce, (l’ironia del linguaggio nasce anche da questo incontro), Giacometti e Buster Keaton».

Pioniere del “Teatro dell’assurdo”, lo scrittore irlandese ha, infatti, fortemente segnato il panorama scenico del secondo dopoguerra, prediligendo per i suoi testi una dimensione che trascende il dato personale per sciogliersi nell’anonimato della grande città, luogo dell’anima, percorsa in lungo e in largo da esseri inquieti, solitari, romantici, incattiviti, mutilati nel corpo e nella mente, chiusi in una forma – il corpo – destinata a dissolversi, ma decisi a portare avanti fino all’ultimo la loro giornata umana.

«Così- continua il sapiente metteur en scene- quelle creature deboli e immortali, come Estragone e Vladimiro e Pozzo e Lucky, vivono in una terra desolata aspettando Godot, che non arriverà mai, vivono in un lontano e vicino (a loro e a noi) ‘900 nel ricordo romantico di una Tour Eiffel che resiste come immagine e nell’aridità di un presente che esclude loro e quelli che vorrebbero cantare, ballare, parlare, vivere. Beckett ce lo ricorda (capita qualche volta per i grandi classici) e lo fa con profonda drammaticità e spesso con sorprendente ironia».

Si tratta, dunque, di un duplice piano stilistico di cui Scaparro è consapevole, tant’è che ammette, citando a sua volta il filosofo italiano Nicola Chiaromonte, che «il fascino dei due atti di Beckett sta nella precisione con cui sono unite due situazioni ugualmente familiari per l’Homo Europeus: la difficoltà di credere nella sensatezza dei gesti quotidiani e la parallela difficoltà di credere nell’avvenire collettivo. Lo sconforto dei personaggi è contagioso, ognuno se ne difenda come può, ma non si dimentichi che comunque è anche un gioco, anche nel senso teatrale di jouer».

«Vorrei – conclude- poter idealmente dedicare questa nostra fatica all’Europa della Cultura, la grande dimenticata dell’Europa che viviamo; e a quelle parole che Beckett sussurra quasi per caso come ‘teatro’, ‘varietà’, ‘circo’».

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