Piccolo Teatro Grassi e Chiostro Nina Vinchi. Il Teatro delle Regioni  fino a domenica 26 luglio 2015. La Cina e le sue grandi trasformazioni da venerdì 11 a domenica 20 settembre 2015. Quest’anno TRAMEDAUTORE si fa in due: in occasione di Expo Milano e per valorizzare la ricchezza e la molteplicità culturale del nostro paese, la prima parte del festival,  che si concluderà domani 26 luglio, sarà dedicata al Teatro delle Regioni, con artisti che hanno costruito il proprio percorso a partire dal rapporto con il territorio e con la lingua, tra cui spiccano due maestri della scrittura, capaci di dare voce agli ultimi e di raccontare la loro terra con quella che Pasolini definiva “tutta la fisicità di una nuova o di un geranio”.

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Il focus sul Teatro delle Regioni si conclude  con l’omaggio ad un altro grande drammaturgo scomparso, il palermitano Franco Scaldati, narratore di un’umanità ai margini dentro storie forti e dure, capace di riformulare il dialetto palermitano in una matrice poetico/drammaturgica. Domani 26 luglio dalle  ore 18:00 : incontri, video e testimonianze,  e alle 20,30 il debutto del testo inedito “E’ la terra un’unica finestra”, prodotto dal consolidato gruppo del Teatro Garibaldi alla Kalsa guidato da Matteo Bavera e con in scena Melino Imparato, storico interprete dell’autore siciliano. “E’ la terra un’unica finestra ” di Franco Scaldati, con Melino Imparato e Salvatore Pizzillo, scene e costumi Mela Dell’Erba, regia di Matteo Bavera, produzione Teatro Garibaldi alla Kalsa – Palermo, sovratitoli in italiano. Un testo inedito, ad opera di una delle voci più alte e significative della drammaturgia contemporanea, punto di partenza di tanta ricerca siciliani degli ultimi vent’anni. Non poteva che essere Melino Imparato, storico interprete del teatro di Scaldati, a ricordare il grande maestro con la messinscena di uno dei suoi testi inediti E’ la terra un’unica finestra. Sarà lui, diretto da Matteo Bavera, ad interpretare quest’“omino” dei sogni, capace di dar vita a quella sinfonia scura e leggera attraverso un dialetto caleidoscopico e armonioso. Tra taverne e carceri, ombre e fantasmi, carovane di santi, la parola si fa voce.
Franco Scaldati (1943 – 2013) Fondatore della Compagnia del Sarto, Direttore delle “Orestiadi di Gibellina”, è stato un autore tra i più importanti del nostro teatro, il narratore di un’umanità ai margini dentro storie forti e dure, capace di riformulare il dialetto palermitano in una matrice poetico/drammaturgica, attraverso un incontro forte con la tradizione teatrale della sua terra. Alcune sue opere sono tradotte in catalano, in polacco e in svedese, mentre tra i testi pubblicati da UBU libri si ricordano: Pupa Regina. Opere di fango; La gatta di pezza; Teatro all’Albergheria; Il pozzo dei pazzi, Assassina, La guardiana dell’acqua, Occhi (questi ultimi all’interno della raccolta “Il teatro del sarto”). Nel cinema ha lavorato con i Fratelli Taviani, Giuseppe Tornatore, Ciprì e Maresco.
L’universo di Franco Scaldati è spesso frequentato da ombre, ombre di uomini apparentemente insignificanti che acquistano una grandezza universale ritornando dal regno dei morti sulla terra. La loro terra è Palermo! Le rovine di Palermo. Luoghi dalle difficili coincidenze, nascosti tra i mercati, dove improvvisamente ci appaiono, prima attraverso i suoni e le voci quindi lentamente si materializzano, uomini e poche donne, facendo capolino da un banco di macellai o di fruttivendoli o mentre giocano a carte, al gioco del tocco, mistero regolato da un complesso di convenzioni, segrete ai non adepti, che determina la condivisione di numerose bottiglie di birra o la decisone di far ubriacare o lasciare a secco il prescelto del giorno. Uno dei luoghi simbolo di Scaldati è la “Taverna” o la “Locanda”. Poveri ristoranti dove perlopiù vi si consuma vino, di dura digestione, ma adatto a combattere fantasmi. Si tratta di situazioni di estrema sussistenza ed emarginazione sociale, da qualche anno multietnica, per la capacità di accoglienza che Palermo ha sempre avuto, dove convivono estrema violenza e dolcezza. Per Scaldati questa umanità è scomparsa ed è suo compito riceverla dall’aldilà, come un Caronte che inverte il tragitto, attraverso la poesia che alberga in ognuno di loro e che solo lui sa riconoscere, nonostante le mistificazioni di moda.
Il postino di una lettera per un introvabile signor Pace, il vecchio col sacco nella valle dei topi, la carovana dei santi, l’anima del Purgatorio, Fortunato e Spardacquasetta, la guardia e l’assassinato, lo spettro, l’amino dei sogni, la vecchia pazza abitano le epoche di Palermo. La Palermo dell’alluvione le cui foto non mancano in ogni Taverna, la strada di stelle che solo questi personaggi conoscono, il ricordo di un canto, la finestra del mondo come unico orizzonte, ma pure il sogno di potersi permettere una spesa alimentare completa, per libagioni sognate come ci ha raccontato Dario Fo.
Nella nostra messinscena queste “figurine” abitano contemporaneamente i tavoli di una taverna di oggi, cambiata solo perché si è aggiunto il pharmacos del Karaoke, o per la presenza di disperazioni e colori diversi nel globo. La taverna ospita un’essenza femminile, puttana, cantante, padrona, serva. Un omino con le meravigliose sembianze dell’ultimo “storico” interprete del Teatro di Scaldati, Melino Imparato, attraversa i mondi del suo autore, passando continuamente tra morte e vita, con la poesia che solo i grandi attori sanno rendere. Per me lavorare con lui, da quando Franco è scomparso, è una vera emozione e una scoperta continua che si rinnova…

Matteo Bavera

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