Tutti i giuristi sono quotidianamente impegnati in una lotta feroce per cercare di comprendere il diritto internazionale.

Negli ultimi vent’anni, questa branca del diritto ha avuto una crescita esponenziale sia a livello quantitativo che qualitativo e influenza enormemente i diritti particolari. Oggi si contano nel mondo qualcosa come 3-4.000 organizzazioni internazionali raggruppabili secondo differenti criteri in vari gruppi e sotto-gruppi.

Mentre in passato i contatti tra gli stati erano principalmente a livello commerciale e diplomatico, oggi ai forum internazionali partecipano i diplomatici ed una pletora di think tank, banche, multinazionali, amministrazioni pubbliche, organismi internazionali. Vengono condivise gigantesche tecnocrazie. L’esempio più eclatante è il G20, il forum dei 20 stati più industrializzati della terra. Il G-20 è in realtà un insieme contemporaneo di forum che comprende anche il T20 per i think tank, il C20 per le associazioni della società civile e il B20 per le banche.

L’ordine globale è un “ordine” molto tra virgolette. Se guardiamo la situazione internazionale odierna, dovremmo parlare di “disordine” globale.

Come leggere fenomeni così nuovi e così complessi? È importante cercare un nuovo linguaggio per descrivere questi nuovi fenomeni. Nell’armamento del giurista sono stati introdotti nuovi termini come multi-level constitutionalism (Pernice, Kanitz, Bogdandy) o democrazia cosmopolitica (Held, Archibugi), democrazia trans-nazionale, o global constitutionalism. Alcuni studiosi stanno rielaborando concetti già noti da molto tempo come la tecnocrazia e il populismo.

Nel contesto del XX secolo, il concetto di tecnocrazia è emerso sia negli anni Trenta durante la crisi del 1929, sia negli anni Settanta durante la crisi petrolifera. In questa seconda fase, sono stati elaborati i concetti di tecnostruttura e di fine delle ideologie. In particolare James Burnham nel saggio The managerial revolution esprime più o meno le seguenti tesi:

  • le ideologie e i valori di riferimento che fondano gli stati o dei vertici degli stati sono irrilevanti;
  • le esigenze complesse della vita moderna impongono la creazione di strutture organizzative statali e sopranazionali sempre più complesse e che richiedono alte specializzazioni tecniche;
  • è importante solo che la complessa macchina burocratica degli stati e delle organizzazioni internazionali sia in grado di risolvere i problemi tecnici che le sono stati affidati.

Altri autori, come Daniel Bell, hanno parlato di fine delle ideologie frutto del sapere umanistico del XIX secolo e il passaggio alla società dei servizi caratterizzata dal consumismo.

Nella vulgata comune del XXI secolo, la tecnocrazia sarebbe il governo congiunto delle grandi università, delle grandi banche e multinazionali e delle gigantesche burocrazie degli stati e degli organismi internazionali. I due capisaldi sono varie forme di liberismo economico e il cosmopolitismo. Sul fronte opposto c’è il populismo, inteso come un insieme di varie proposte contrarie a quelle della tecnocrazia. Il populista si rivolge genericamente al popolo in contrapposizione alle elite. In pratica, le elite imporrebbero un sistema adatto ai pochi (banche, multinazionali, alta finanza, burocrazia) e dannoso per i molti (piccole imprese, operai, contadini). Mentre il concetto di popolo è adattabile a seconda delle circostanze, il concetto di elite è chiaro: il complesso industriale-militare e l’alta burocrazia degli stati e degli organismi internazionali. L’opposizione alle elite può essere quella dei sovranisti, che vogliono essenzialmente una comunità di stati senza elitarissimi organismi internazionali. In prima linea ci sono i nazionalisti e i neonazisti sparsi in tutto l’Occidente. Anche l’estrema sinistra si oppone alle elite tecnocratiche. In questi ambienti compare ancora il termine “imperialista”. La soluzione proposta è nelle proposte più radicali il superamento del capitalismo.

Un discorso a parte va fatto per il fondamentalismo islamico. In alcuni casi, alcuni gruppi fondamentalisti hanno radici etniche come nel caso dei talebani afgani. In realtà, alcuni autori fondamentalisti hanno una visione lievemente diversa. Sayyd Qutb ha sempre criticato l’individualismo occidentale e l’individualismo degli stati nazionali. Secondo Qutb, la miscela di individualismo edonista, socialismo, nazionalismo e stati nazionali sarebbe incompatibile con l’islam. Nella sua ottica, l’Islam avrebbe una tradizione sufficiente per affrontare le sfide della modernità superando i confini degli stati nazionali creati con la complicità dell’Occidente in Medio Oriente. Alla violenza della competizione propagandata dal neoliberismo e fondata sull’individuo, molti gruppi islamici contrappongono i valori comunitari dell’islam radicale e l’annientamento dell’individuo-consumatore occidentale. Le religioni si contrappongono alle elite tecnocratiche in nome dei singoli culti di provenienza. Per molti religiosi, il cosmopolitismo e l’organizzazione internazionale sarebbe una creatura della massoneria e di una religione descritta ora come deistica e solare ora come satanica.

Secondo il mio modesto parere, il dualismo tecnocrazia-populismo è qualcosa di forzato e di estremamente semplice. Tuttavia, ha una sua notevole efficacia esplicativa. In molti casi, riesce a dare una visione apprezzabile, razionale e non complottista della complessa realtà internazionale. Tiene adeguatamente in conto l’avanzamento tecnologico e la pluralità delle forze populiste. Ridisegna in maniera più chiara i conflitti in atto. Nei parlamenti non esistono più forze di destra o di sinistra. Esiste un grande centro che accetta e promuove le politiche degli organismi internazionali. Esistono forze estreme sulla “destra” e sulla “sinistra” che si oppongono con differenti sfumature a questo disegno. Questa conformazione è sempre più evidente in Europa, meno marcata negli USA, a causa del sistema bloccato e dominato da due partiti storici.

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