di Domenico Trischitta

Ci fu un rastrellamento in Sicilia nel 1943, uno dei tanti consumato nell’isola del sole. I tedeschi si incattivivano e davano la caccia a contadini e pastori. Don Nino era uno di questi, svernava con le sue capre sotto la valle di Savoca e non si accorse nemmeno che era stato attorniato da un drappello di crucchi che sembravano belve impazzite, lo circondarono e lo portarono al comando mentre un biondo ufficiale ripeteva: San Pietro e Paolo. Nino si illuminò di colpo e pensò all’abbazia basiliana che si stagliava a dominare il fiume, gli gridò contro facendo larghi gesti con le braccia abbronzate. Lui era il custode di quella chiesa abbandonata, lì faceva riparare il gregge, il tenente lo guardò con stizza incuriosito, ma decise di ascoltare quell’uomo terrorizzato dalla morte. Lo seguirono sferrandogli calci e schiaffi, e lui imperterrito camminava per i contorti sentieri fin quando apparve la maestosa basilica. Si zittirono tutti dinanzi a tanta meraviglia, poi il giovane ufficiale entrò dentro mentre un raggio di sole lo trafisse negli occhi verdi, sorrise e guardò Nino che ancora in ginocchio lo implorava. La sua vita fu salva come quella del pianista di Polanski, che non riuscì a salvare la vita del tedesco che lo aveva protetto. Due mesi dopo un altro soldato tedesco si aggirava presso l’aeroporto di Gerbini, battendo la ritirata sotto l’incalzare delle truppe angloamericane, ad un tratto una pallottola beffarda lo ferì a morte, i suoi occhi rimasero spalancati mentre emetteva l’estremo suono: «Berlin.» Il suo nome era Luz Long. Nella Berlino del 1936 si organizzavano i giochi olimpici, lo stadio era tappezzato da bandiere con la croce uncinata, mentre il primo cancelliere Adolf Hitler camminava nervosamente prima di assistere alla finale del salto in lungo. Il suo atleta ariano avrebbe sicuramente vinto la medaglia d’oro, ma non aveva fatto i conti con lo stratosferico atleta di colore dell’Alabama, Jesse Ovens, che aveva già conquistato i titoli dei cento e duecento metri piani. Jesse e Luz avevano fraternizzato, qualcosa di osceno che turbava le ferree leggi razziali del terzo Reich, il nero e il bianco che si scambiavano consigli sulle tecniche di salto. Durante la semifinale Jesse rischiò di essere squalificato per due salti nulli, ma Luz prima dell’ultima prova gli diede un consiglio prezioso: con le sue leve Ovens avrebbe dovuto saltare trenta centimetri prima della riga bianca per sfruttare la sua potenza. Così fu, conquistò la finale, ma non era stato previsto dallo stato maggiore nazista che lo sporco “negro” vincesse anche la medaglia d’oro. Quella sarebbe stata del biondo Long, orgoglio della nazione, l’ultimo ostacolo prima di festeggiare il trionfo. Le cose andarono diversamente, Ovens fece suo anche il terzo titolo, e Long invece di chinare il volto gli corse accanto per abbracciarlo e congratularsi. Si chiuse il sipario dei giochi e si aprì quello del secondo conflitto mondiale. Il tenente, ex atleta, nel 1940 venne spedito sul fronte meridionale, quello africano, a respirare sabbia del deserto sotto un sole che non lasciava scampo. Poi nel ’43 la svolta, l’armistizio italiano, Long  sbarcò in Sicilia per unirsi alle rabbiose truppe tedesche allo sbando, e per questo particolarmente efferate. In una fatale imboscata tentò il suo ultimo salto per salvarsi la vita, ma ancora una volta perse l’attimo e assaporò la fatale sconfitta, la morte. Dalla provincia ragusana la sua salma venne trasportata al cimitero di Motta S. Anastasia, nei pressi di Catania, e lì fu sepolto come un milite ignoto. Ignoto e ignorato da tutti, come quella medaglia d’argento vinta nel 1936 a Berlino.

Domenico Trischitta

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