Non voglio aggiungere altro su quanto è stato detto ampiamente su Giuseppe Giarrizzo studioso e preside. Solo riportare qualche ricordo, alcuni flash di memoria, sull’uomo, davvero singolare ed eccezionale.

Il primo risale ai lontani anni ’70 quando, giovane laureato appena affacciato al mondo accademico, facevo parte del Consiglio della Facoltà presieduta da Giarrizzo, come rappresentante degli assegnisti di ricerca. Mi accorsi che nei verbali della Facoltà ero citato come rappresentante degli assistenti, e glielo feci notare. Mi rispose secco, quasi irritato: «Assistente, assegnista, ma cosa vuole che ci importi dei nomi… pensi piuttosto a fare il suo lavoro di formazione e di ricerca, e ricordi che l’università è un luogo di cultura, non di burocrazia!». E nei verbali continuò sempre a restare scritto assistente.

Centro Ettore Majorana di Erice, 1992. Convegno per festeggiare gli 80 anni di Angelo Majorana (al centro seduto). A sx in piedi Santo Di Nuovo, a dx seduto Giuseppe Giarrizzo.

Centro Ettore Majorana di Erice, 1992. Convegno per festeggiare gli 80 anni di Angelo Majorana (al centro seduto). A sx in piedi Santo Di Nuovo, a dx seduto Giuseppe Giarrizzo.

Era molto legato al mio maestro Angelo Majorana, fortemente interessato alle vicende della grande famiglia di cui ricostruì con passione la storia umana e culturale. Nel 1991 realizzò una mostra iconografica nell’antirefettorio del monastero benedettino, per ricordare questa “singolare dinastia intellettuale” – così la definiva nel volume che faceva da catalogo alla mostra – forte di “grande e vigoroso pensiero, sostenuto da una lucida dottrina… e quel che segue sarà assistito dal mito”.

Ricordo il caloroso e vivace intervento di Giarrizzo l’anno successivo per festeggiare gli ottant’anni di Angelo al Centro Ettore Majorana di Erice.

E ho riletto oggi quanto Giarrizzo scrisse nel volume che commemorava Angelo Majorana dopo la sua morte, intitolando il suo contributo Per un amico: ricordando i tempi in cui si erano conosciuti durante il lavoro comune nella Facoltà di Lettere, «la serie di colloqui telefonici (almeno uno per settimana) sui temi più disparati di politica, di economia, di psicologia sociale, di storia civile e dell’Ateneo, e negli ultimi anni di ricordi»; e, ancora, «il contesto di discussioni interminabili sul disagio adolescenziale e sulla sua ricaduta didattica per via del ritardo di insegnanti e genitori a intendere e governare il processo formativo di quella impervia stagione». Ricordava Giarrizzo come Majorana «sorrideva tollerante al mio bisogno di sperare ultra spem, e amico generoso chiosava impaziente la formula di Spinoza che tornava spesso nel nostro conversare, che se la storia è maestra della vita purtroppo non ha avuto né ha discepoli…».

Dopo la morte della moglie Maria, che faceva da intermediaria – per sua stessa ammissione – fra la passione di studioso e la vita concreta, qualcosa si spezzò in questo rapporto con la realtà, che solo il dovere di ricordare la moglie e l’affetto profondo per i nipoti poté recuperare. Della cara Maria, che per tanti anni si era occupata di lui nella vita quotidiana, si volle a sua volta occupare con i mezzi migliori di cui disponeva: la ricerca scientifica, la cultura, la scrittura. Maturò così l’idea di una “storia d’Italia come storia delle scuole”, concretizzata in un volume per collaborare al quale chiamò a raccolta studiosi di tutta Italia: primo contributo della Fondazione Giuseppe e Maria Giarrizzo, e che questi due nomi insieme portava come coautori del libro. Quando mi fece l’onore di chiamarmi a collaborare a quest’opera, in un colloquio insolitamente breve, mi disse «Dobbiamo onorare Maria raccontando la sua scuola con le nostre parole. Da lei mi aspetto che scriva del dialogo tra sordi fra la scuola e la ricerca universitaria».

Con la competenza dello storico e con il consueto acume intellettuale, aveva colto il disagio essenziale delle istituzioni educative: essere travolte dalla burocrazia tanto da non comprendere più la missione per cui esistono, la produzione e la trasmissione della cultura e dei valori e la perpetuazione con essi della parte migliore dell’umanità, realizzando una continuità vera e proficua fra scuola e università, tra formazione e ricerca.

Nella conclusione del libro, Giarrizzo scriveva: «Mai come per l’insegnante si è posto il quesito della professione intellettuale come ‘missione’ di una professione la cui vicenda non si copra con la storia della moderna burocrazia … E la dimensione burocratica non può essere attribuita neppure a quanti vivono la vita della scuola – dirigenti, segretari, bidelli – con ruoli ‘altri’ rispetto al corpo docente: qui la presenza dei ‘ragazzi’, dalla materna alla secondaria superiore, in molti casi alla stessa università, impone modelli di socialità, di comportamento, di stile che li distinguono dal travet, dall’impiegato mezze-maniche o dal funzionari amministrativo o tecnico, e li fanno partecipi della costruzione di una umanità motivata a confidare nei valori di promozione e di crescita che la moderna società riconosce nell’apprendimento, nella istruzione, nel possesso di strumenti conoscitivi e pratici».

Una riscoperta della missione della scuola (e dell’università) vista attraverso lo sguardo attento di Maria, ancora vigile intermediaria fra lo studioso di storia e la vita quotidiana.

L’ultimo ricordo dell’uomo Giarrizzo è ancora collegato alla Fondazione della quale pure mi volle partecipe, rivolgendomi l’invito anche questa volta (stranamente) in poche parole, camminando velocemente lungo uno dei corridoi della sua ‘casa’ dei Benedettini: «Dobbiamo conservare e preservare i libri, è un patrimonio materiale e immateriale insieme, abbiamo il dovere di custodirli per non fare sfumare con loro l’umanità stessa». Bella frase in tempo di internet, di e-book e di cultura digitale, che mi richiamò alla mente l’Eco del Nome della rosa, che pare proprio dalla grande biblioteca del nostro monastero benedettino abbia tratto l’ispirazione per il suo libro.

Un circolo che si chiude: produrre libri per produrre cultura, conservarla, tramandarla, e per evitare di restare soffocati dalla burocrazia che pare travolgere la cultura stessa insieme a chi per mestiere se ne occupa, come studioso e come docente.

Gli innumerevoli libri trasmessi come dote patrimoniale alla Fondazione Giarrizzo parleranno ancora a lungo di lui e con lui, ad una umanità che forse grazie alla cultura riuscirà a non perdere definitivamente se stessa.

Diffondi la notizia!Share on FacebookShare on Google+Share on LinkedInTweet about this on TwitterEmail this to someone

A proposito dell'autore

Docente di Psicologia, Università di Catania

Laureato in Filosofia e in Psicologia, è dal 1990 professore ordinario di Psicologia, già preside della Facoltà di Scienze della Formazione, attualmente presidente della struttura didattica di Psicologia dell’Università di Catania e Presidente dell’Accademia di Belle Arti di Catania. Responsabile del Servizio di Counseling psicologico e di orientamento dell’Ateneo. La sua produzione scientifica riguarda aspetti metodologici e psicometrici della ricerca in psicologia e nelle scienze cognitive, e le loro applicazioni nei settori educativi, clinici e riabilitativi. Fa parte del Centro “Mind and Sport Team” interateneo fra 8 sedi universitarie italiane. Collabora con il Centre for Robotics and Neural Systems dell’Università di Plymouth (UK), e con altre istituzioni di ricerca italiane e straniere.

Post correlati

Scrivi