A pensarci bene, probabilmente non c’è mai stata – nella storia della civiltà umana – un’età in cui il medium comunicativo, il mezzo espressivo mediante il quale si veicolano i contenuti di uno scambio comunicativo, non sia stato, contrariamente a ciò che il senso comune indicherebbe, più importante dei contenuti stessi.

Ciò per la ragione non evidente che l’espressione, come la chiamano i linguisti, non si limita a fare da mero contenitore o da mero veicolo di trasmissione, ma esercita sul contenuto una pressione formativa, una funzione categorizzante che altrimenti quest’ultimo non sarebbe capace di svolgere autonomamente.

Per restare nell’ambito del linguaggio verbale, ad esempio, i processi di traduzione interlinguistica ci insegnano che una “traduzione” puntuale, perfetta, da una lingua all’altra non è possibile. Cioè, che non è possibile, cambiando l’involucro espressivo, garantire l’identità del contenuto informativo (concettuale o esperienziale che sia).  L’esempio classico della segmentazione  linguistica dello spettro dei colori in due lingue poi non così lontane come l’italiano e l’inglese è stringente: non vi è coincidenza puntuale fra i due domini della “nominazione” dei colori!

Se estendiamo il discorso nella direzione del rapporto che intrattengono fra di loro mezzi espressivi (linguaggi) appartenenti ad ambiti lontani, come ad esempio il linguaggio verbale e quello televisivo (che fra l’altro è un linguaggio “multimediale”, dal momento che fa uso di più mezzi) la considerazione precedente acquista una pregnanza particolare. Lontani da una telecamera, impegnati in uno scambio “linguistico” di contenuti informativi e concettuali di un qualche rilievo, uno come Razzi e uno come Civati non avrebbero altro esito che questo: Civati umilierebbe Razzi, con la sottigliezza delle sue argomentazioni, la civiltà del suo pensiero, la densità dei suoi concetti. Sarebbe cioè un esito scontato.

Proviamo a fare un test alla Turing trasferendo tali personaggi in uno studio televisivo, dentro un format qualunque, nel gioco continuo – segmentante, formativo, classificatorio – delle inquadrature, dei ritmi, della fisicità dell’immagine. L’esito, è garantito, non è affatto scontato: Razzi potrebbe perfino avvalersi, come valore aggiunto, della caricatura che gli si è addensata intorno – come una connotazione semantica – da quando Crozza lo ha sottoposto al suo geniale lavoro rappresentativo. Potrebbe addirittura raggiungere, dritto al cuore delle potenziali identificazioni dell’audience, un grado di “simpatia”, di accettazione, di condivisione, superiore a quello del più blasonato collega.

Cosa stiamo dicendo, dunque? Che ciò che in un ambito (quello del varietà di Crozza) viene “significato” come esempio di ridicolo, di inaffidabilità, di dabbenaggine, in un altro ambito (quello di un talk show) potrebbe perfino diventare un caso da classificare come meritevole di tenerezza, di comprensione, di ingenuità e dunque di onestà, e dunque di affidabilità, al cospetto di un Civati che “sa parlare”, e dunque sa “imbrogliare”, e dunque imbroglia!

Il medium televisivo si mangia i contenuti verbali. E lo fa solitamente in modo sfacciato, immergendo le cose in un brodo di naiveté che favorisce i poveri di spirito.

Lo streaming dell’incontro fra il PD e il Movimento 5 Stelle pone seri problemi di etica della scienza comunicativa: l’incontro non è avvenuto all’interno di uno studio televisivo, meno che mai dentro un format (la parola stessa rimanda alla funzione formativa del mezzo), la tecnica stessa dello streaming non è così invasiva come quella della televisione strictu sensu, vi è prevalso il senso forte delle “cose” da fare e dunque dei contenuti, eminentemente verbali. Tant’è che Di Maio ha stravinto il suo personale duello con Renzi. Ma diamine, siamo proprio al limite, il rischio è alto: il nostro destino di cittadini è affidato alla lotteria del come sembrano i nostri politici!

A proposito dell'autore

Esperto in processi di comunicazione, psicologo

Si laurea in psicologia sperimentale a Roma. Dopo esperienze lavorative nell’ambito psicopedagogico inizia la sua attività in ambito sanitario. Contemporaneamente collabora con l’Università di Roma prima e di Catania poi come cultore della materia. Dal 2003 al 2009 è docente a contratto di psicologia della comunicazione presso la Kore di Enna. Ha pubblicato numerosi articoli scientifici e due volumi, uno su “Le strutture profonde della comunicazione” e l’altro su “il corpo disabitato: fenomenologia del fitness”. Dal 2008 cura i processi comunicativi dell’ASP 7 di Ragusa. Dal 2011 svolge attività pubblicistica per testate on line e la rivista “Le Fate: identità e cultura siciliane”. L’area dei suoi interessi va dalla filosofia alla musica al cinema.

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