Daniele Lo Porto

Salvatore Cuffaro, detto Totò vasa vasa, ex governatore della Sicilia, è tornato in libertà. Sembra passato un secolo dal famoso vassoio con i cannoli, un equivoco mediatico, che lo condannò prima ancora della sentenza definitiva. Un secolo da quando  solcava la folla distribuendo, appunto, baci a tutti: un Mosè tra le acque umane di una Sicilia affamata di favori e privilegi, di un viceré da corteggiare e riverire. Una Sicilia pronta a chiedere una consulenza, un posto da forestale precario, un contributo per la sagra. Totò baciava e dispensava felicità a basso costo, a tutti impartiva la benedizione “a bello cuore”, con la promessa mantenuta di un incontro, un appuntamento, una telefonata. Amico di tanti, ma non di tutti, fraterno amico di Raffaele Lombardo, finito anche lui sulla graticola dell’antimafia e del processo per mafia, il primo che lo rinnegò prima ancora che il gallo cantasse tre volte. Eppure Raffaele e Totò si scambiavano telefonate a raffica, decine e decine al giorno: la strana coppia della politica siciliana, gli highlander di una Democrazia cristiana che vive sempre, sotto mentite spoglie (ieri Udc oggi Pd, senza offesa per i veri comunisti di una volta. Scusate se vado fuori tema:  Cracolici, Anna Finocchiaro, Renzi vi sembrano veri comunisti o post comunisti? Democristiani erano e sono,  da sempre).

Totò fu indagato, processato, condannato. Una delle sue ultimissime immagini da uomo libero è stata scattata in chiesa, una preghiera prima del purgatorio. Una scalata sulla via della redenzione. Poco tempo prima era andato a piedi a Santiago de Compostele, povero pellegrino in ciabatte e calzini, la maglietta sudata, il volto sofferente. Un’immagine contrastante con il sorriso solare che ha regalato agli amici veri ed ai cronisti che lo hanno aspettato all’uscita del carcere. Smagrito e ingrigito. Aveva il faccione paciocco da bambino viziato, adesso ha il viso segnato da un’esperienza terribile per chi è vissuto di potere e per il potere. Dalla blindata blu e la scorta della polizia alla segregazione dietro le sbarre, dai pranzi faraonici al dolce triste della domenica in carcere.

Ha pagato, Totò. Ha pagato le colpe sue e quelle degli altri che non ha tirato in ballo. Ha preferito tacere, non mediare facili compromessi. Ha rispettato il suo ambiente, quello della politica. Non so se ha fatto bene o male, ha rispettato un suo codice d’onore che non appartiene alla stragrande maggioranza dei politici, che conosce solo il codice dell’opportunità e del tornaconto, immediato e diretto. Gli hanno impedito anche di partecipare al funerale del padre, un magistrato della Repubblica italiana, collega di un altro magistrato che ha concesso permessi premi a  criminali sanguinari e  umana comprensione a violentatori e pedofili, truffatori e stragisti. Ma Totò andava punito: uno “cattivo” per graziarne cento.  Perché la casta si autoprotegge, si autoassolve, ma qualche volta bisogna pur sacrificare qualcuno per mantenere lo status quo.

Forse era “mafioso”  Totò, forse ha pagato ingenuità e furberie. Adesso, con cinismo da cittadino alla fame, si può anche dire che non era il peggiore dei presidenti della Regione dal 2000  ad oggi. Non peggio di Lombardo, diventato nel frattempo don Raffaele,con una condanna in primo grado, interprete di un potere cinico, freddo, leonino; non peggio di uno sguaiato Pappagone, come lo ha definito Pietrangelo Buttafuoco, triste  marionetta dell’antimafia della quale vorrebbe essere puparo ed invece è pupo, amministratore incapace e uomo incapace. Incapace di tutto e capace di niente. U sapiti com’è. E chi è.

Diffondi la notizia!Share on FacebookShare on Google+Share on LinkedInTweet about this on TwitterEmail this to someone

Scrivi