“Se la filosofia morirà sarà per assassinio”. Era il titolo di un numero della rivista filosofica Millepiani di qualche anno fa nella quale si tiravano le somme di vent’anni di lavoro filosofico. Ed è vero. La chiusura filosofica del proprio lavoro è il grande “obiettivo” di ciascun filosofo, dopo che un’intera vita ha lavorato per “processi”. E ogni filosofo di razza ha scritto del futuro della sua disciplina, estraendo per l’avvenire il suo pronostico. Il punto è comune: fino a quando ci sarà pensiero critico sarà difficile proclamare il lutto. Sta di fatto che in prospettiva spazio-temporale i filosofi muoiono realmente. Qualcuno in nome del mestiere ha sacrificato volontariamente la vita, altri sono stati imprigionati, torturati e uccisi, oppure assassinati; la stragrande maggioranza, tuttavia, è morta pacificamente nel suo letto. “Sufficit!”, “È abbastanza!”, sembra abbia detto Kant lasciando questo mondo, nella potente narrazione di Thomas de Quincey ne Gli ultimi giorni di Immanuel Kant. E l’epressione potrebbe valere per molti.

Se ciò è accaduto ai filosofi di rango, come affrontano l’ultimo appuntamento i comuni professori di filosofia, meglio se universitari? A porre la questione, forse bizzarra, e in modo del tutto casuale, ci ha pensato il cinema. Se muore Dio, figuriamoci i professori di filosofia, avranno pensato.

Vendetta divina contro la filosofia, dunque? No, per quella parte mancherebbero tre cose sostanziali: committente, arma del delitto, alibi. Si tratta invece di un regolamento di conti tra uomini: un filotto di ben tre docenti universitari americani che nella fiction del grande schermo vengono fatti falciare da “sora nostra morte corporale”. Una sequenza che accomuna registi e prodotti di diverso spessore che, in base alle qualità delle sceneggiature, ma soprattutto delle conoscenze filosofiche degli sceneggiatori, apre a esiti simbolici non tutti acconci nei tratti con i personaggi che le pellicole vorrebbero rappresentare. Ma queste righe non sono di critica cinematografica. La trilogia delle uscite in Italia è del 2015: Woody Allen con il suo Irrational Man, Tim Blake Nelson con Anesthesia, affiancati da God’s not dead di Harold Cronk, quest’ultimo di ispirazione cristiana non cattolica,  ma sponsorizzato e co-prodotto dal fortissimo movimento americano del Faith Family Films.

Ma perché questo interesse a rappresentare la morte attraverso i professori universitari di filosofia? C’è una sorta di parasacralità nella dimensione della morte, quando a incontrarla sono i filosofi. Certo, nel più ampio perimetro della difesa dei valori umani e degli uomini che li incarnano, della difesa estrema dell’ideale sommo in cui si crede, rientrano di diritto tutti gli uomini, nessuno escluso. La storia è lì a raccontarcelo: dal medico al prete, dallo scienziato allo statista, dal militare alla madre, dal galeotto redento al santo. Ma la morte del filosofo, da Socrate in poi, è la consacrazione stessa del paradigma filosofico dell’eternità del cenno di morire. Del morire in un “certo modo”. Così lo stesso Platone, al di là di come siano realmente andate le cose, ha voluto rappresentarle e consegnarle alla posterità: nella decisione di rendere storica la propria morte al di là della temerarietà e del coraggio, per affermare che la dimensione del significati simbolici positivi messi  a punto dalla razionalità umana, ciò che comunemente denominiamo simboli, ideali e regole, oltrepassa lo stesso atto del vivere. Il limite del tempo della vita viene sconfitto. Ma qui vanno chiariti due punti: primo, si diventa candidati a questa dimensione per sottrarre gli ideali stessi e i simboli alla decadenza e alla barbarie: si sceglie, in breve, di portarli via con sé, di traghettarli in una sfera dell’oltre umano, dove si spera saranno la memoria e la conservazione del tempo a proteggerli. Secondo, tale scelta è sempre frutto esiziale dell’intolleranza di altri uomini, della negazione del diritto di altri di affermare in pace i loro simboli e gli ideali positivi. Si sceglie di morire perché costretti da altri, non perché i filosofi amino particolarmente la morte. Anzi, direi che per professione amano molto vivere e godere della vita, proprio perché ne apprezzano la possibilità di cogliere durante gli anni di riflessione la molteplicità dei punti di vista, dei significati e delle possibilità di pensare e di agire, anche se le scoperte possono non sempre essere piacevoli.

Nei film che citavo all’inizio, tre docenti universitari  di filosofia vengono fatti fuori, rispettivamente, da narrazioni che rimandano: a un cortocircuito innescato dallo scontro tra logica e morale (Irrational Man), all’incrocio del tutto casuale di vite parallele e dalla differente condotta etica prestata all’interno del concetto laico di altruismo (Anesthesia), dalla frizione tra credenza religiosa e credenza filosofica (God’s not dead). Il morire dei tre è la rappresentazione delle rispettive esistenze. Si muore nella dimensione stessa del vivere, non oltre. Di conseguenza, riassorbire il modo di morire all’interno dello stesso svolgimento della vita comporta il fare i conti con essa e il contributo di significato che il punto finale dell’esistenza mette a se stessa.

Forse è un fatto statistico che ha del curioso, se non dell’eccezionale, che nello stesso anno il cinema statunitense abbia restituito al pubblico, e in contemporanea, tre prospettive differenti sullo stesso tema. Comunque stiano le cose, è nei fatti che tutte le prospettive conducono a una dimensione critica e al desiderio di approfondire le questioni desiderando di conoscere di più e meglio quelli che da sempre in filosofia si chiamano “dilemmi”, o questioni sulla scelta.

Provare a porre domande è sempre un buon esercizio, più che retorico. Cercare di dare risposte, percorrendo qualsiasi strada e attraverso qualsiasi mezzo, dato che da decine di migliaia di anni ce ne siamo resi conto, rimane un nostro dovere. Sempre in tema di professori universitari, questa volta di letteratura, provo a farmi prestare dal miglior romanzo di Philip Roth (anche questo liberamente trasposto in pellicola da Robert Benton) una chiosa: i dilemmi, in fondo, sono la nostra “Macchia umana”. Proviamo a scioglierli.

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