La gestione dei beni confiscati alla mafia era diventato un business fatto di incarichi con parcelle esose conferiti ad amministratori in conflitto d’interessi e di consulenze che, con il cavallo di ritorno, finivano ai familiari

Un intero tribunale in subbuglio, quello di Palermo. Magistrati che indagano su magistrati, la Guardia di Finanza che perquisisce gli uffici giudiziari. Immaginatevi la scena, l’imbarazzo: “collega scusami, devo sequestrarti il fascicolo di…”, “collega devo notificarti un avviso di garanzia”, “collega dobbiamo interrogarti…”

Il piatto era troppo ghiotto per non esserne tentati, siamo fatti di carne si sa, ma fin quando la corruzione tocca uomini comuni ci si scandalizza fino a un certo punto. Perché fino a un certo punto? Ormai la corruzione è così dilagante che, ahinoi, ci siamo assuefatti.

Ma c’è un livello che non bisognerebbe mai toccare: la corruttela degli uomini e delle donne delle istituzioni, non ci riferiamo di certo ai politici per i quali non c’è ormai più speranza. Lo sconcerto ci scuote se a essere coinvolti sono colori che si occupano della giustizia: come forze dell’ordine e magistrati ad esempio e in questo caso i principali attori in negativo sono proprio quest’ultimi. Già perché quando pronunciamo la parola magistrato, pensiamo a Falcone e a Borsellino, modelli positivi, forse inarrivabili.

Se poi a farsi corrompere sono proprio gli uomini che gestiscono il patrimonio sottratto alla mafia, allora significa che il sistema è gravemente malato ed è giunto al parossismo.

Ma per fortuna questo stesso sistema ha ancora degli anticorpi e ciò ci rassicura non poco. Ed ecco la procura di Caltanissetta scoperchiare il vaso di Pandora: una parte del palazzo di giustizia di Palermo.

 

Quattro magistrati tra gli indagati

Sono coinvolti nell’indagine Silvana Saguto, presidente della sezione Misure di prevenzione del Tribunale di Palermo, il marito e ingegner Lorenzo Caramma, e Gaetano Cappellano Seminara, uno tra i più noti amministratori giudiziari dei beni sequestrati alla mafia. I capi d’accusa sono corruzione, induzione alla concussione e abuso d’ufficio.

Ma l’inchiesta si è allargata e secondo il quotidiano “Il Messaggero” sarebbero stati indagati  anche il presidente di Sezione del Tribunale di Palermo, Tommaso Virga, indagato per induzione alla concussione, il sostituto procuratore Dario Scaletta (presunta rivelazione di segreto d’ufficio) e Lorenzo Chiaramonte, giudice della Sezione diretta dalla Saguto (abuso d’ufficio).

 

Il piatto ghiotto

10.500 immobili, circa 4.000 beni mobili e oltre 1.500 aziende dal valore di 30 miliardi di euro: un patrimonio sterminato quello confiscato alla mafia, su cui qualcuno ha pensato bene di metterci le mani.

 

Come funzionava il sistema. Il cavallo di ritorno

La protagonista in negativo è Silvana Saguto, presidente della sezione Misure di prevenzione del Tribunale di Palermo fino a qualche giorno fa, dimessasi a seguito dell’indagine. Secondo la Procura, la Saguto avrebbe assegnato le amministrazioni giudiziarie di beni confiscati alla mafia a un noto professionista, Cappellano Seminara, pagate a peso d’oro. In cambio quest’ultimo avrebbe affidato incarichi di consulenza all’ingegner Lorenzo Caramma, ovvero il marito della Saguto.

Gli altri tre magistrati che sarebbero coinvolti nell’inchiesta secondo “Il Messaggero”

Virga è sospettato di aver favorito un procedimento disciplinare a carico della Saguto, la quale avrebbe garantito la nomina del figlio di Virga, Walter, ad amministratore giudiziario dei beni sequestrati agli eredi di Vincenzo Rappa, un imprenditore condannato per concorso esterno in associazione mafiosa. Si tratta di uno dei sequestri più consistenti eseguiti ultimamente che include anche una concessionaria di auto di lusso e l’emittente televisiva Trm.

Il pm Scaletta, avrebbe invece comunicato a due giudici della sezione della Saguto notizie sull’inchiesta.

Chiaromonte, infine, avrebbe deciso di affidare la gestione di beni per 10 milioni sequestrati al boss Luigi Salerno, nonostante l’amministratore designato fosse una persona a lui vicina.

Una vera e propria bufera dunque sta investendo il tribunale di Palermo e l’inchiesta è ancora ai suoi primi passi, ed è molto probabile che nei prossimi giorni coinvolgerà altri nomi.

Intanto la Commissione parlamentare antimafia si è interessata alla vicenda e il Csm ha aperto un procedimento disciplinare a carico dei quattro magistrati.

La gestione dei beni confiscati è basata quasi esclusivamente sulla discrezionalità di pochi e su incarichi fiduciari. Il  prefetto Caruso, direttore dell’Agenzia per i beni confiscati alla mafia, nel 2014 aveva lanciato l’allarme segnalando che nel centro-sud la maggior parte degli incarichi si concentrano su pochi amministratori giudiziari e che spesso questi sono in conflitto d’interessi perché mantengono altri incarichi nei cda delle medesime aziende confiscate.

Appare evidente che non è più procrastinabile una riforma sulla gestione dei beni confiscati, la quale disciplini la materia in trasparenza.

Vincenzo Adalberto

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