Ero un ragazzetto quando seduto in cucina, con quell’energumeno di mio padre affianco, sentì per la prima volta quel motivetto da tutti canticchiato; “pa – pa – parapappa – pa – pa – parapappa”; quella musica che sembra essere oramai nei ricordi di ognuno di noi, come fosse familiare, come fosse un inno nazionale da intonare con orgoglio.

Quel motivetto è “Gonna fly now” del premiato agli Oscar Bill Conti e tutti noi almeno una volta nella vita l’abbiamo avuto per la testa, anche solo per prendere in giro un amico troppo convinto del proprio fisico, o per darci la giusta carica.

Il motivetto ha accompagnato me, tanto da farmi scegliere la box come sport e avere in camera, tra Del Piero e l’adesivo della Apple un paio di guantoni come quelli che indossa in Rocky IV per ricordare lo scomparso amico Apollo Creed, lo risentiremo tra poche ore.

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Di chi parlo?

Come avrete già capito parlo di Rocky, Rocky Balboa.

Un mito americano, un eroe senza macchia che ama una donna sola e farebbe di tutto per averla sempre al suo fianco, uno sportivo a cui viene data la chance che manca ai trentenni italiani oggigiorno, un eroe talmente vero e conosciuto da non essere reale.

Quando scoprì che in cima alla scalinata non si trova la statua che appare dal terzo capitolo della saga rimasi basito, ma continuai a sperare di poter chiedere la mano della donna che sposerò proprio in quel posto oramai magico.

Oggi esce nei cinema italiani il settimo capitolo di una saga che ha percorso generazioni e che sembrava dovesse finire nel 1990 con il quinto capito che ci mostrava un Rocky fuori dal ring e pieno di problemi post-box, come accade a tantissimi campioni, Mohamed Alì in primis.

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Ma dopo il ritorno in auge, con il bellissimo Rocky Balboa del 2006, dove Stallone vive una seconda giovinezza, ci racconta della morte di Adriana e riavvicina il figlio, a cui dedica un discorso che sa tutto di “discorsetto al proprio figlio”, quello reale, che non accettò la parte e morì tragicamente sei anni dopo, rieccolo nello spin-off della saga Creed.

Qui Rocky non è il protagonista, ruolo affidato al figlio di Apollo Creed (Michael B. Jordan) che lo “Stallone italiano” decide di allenare e seguire nella sua nuova avventura.

Per la parte Stallone ha da poco vinto un Grammy nella categoria “migliore attore non protagonista” e punta diretto agli Oscar, dolo la candidatura come miglior attore protagonista e migliore sceneggiatura col film Rocky.

Gli auguro la vittoria finale per un semplice motivo: tanti eroi vengono quotidianamente creati dai media, ogni giorno vi è un abuso del termine e si rimane per comprenderne solo in parte il valore e per niente il sinonimo. Eroe è sinonimo di Uomo. Nulla dovrebbe differire le due parole, se non fosse per quel lato umano che ci rende spesso più simili a bestie immonde che ad omuncoli.

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L’eroe non è quello in tutina aderente con ai polsi dei fighissimi lancia-ragnatele, l’eroe è quell’uomo che supera il proprio limite, che vince le paure e combatte le malattie, che affronta la morte dei propri cari e nel loro ricordo continua a vivere. 

E in un mondo cinematografico che predilige gli eroi fighi a quelli reali, il più grande eroe creato dalla celluloide sarà per sempre più che fittizio, sarà sempre Rocky Balboa.

Rocky Balboa (SYLVESTER STALLONE) steps out of retirement and back into the ring, pitting himself against a new rival in a dramatically different era. The final round of the Academy Award-winning Rocky franchise hits theatres Friday, December 22, 2006. Written and directed by SYLVESTER STALLONE.

P.S. Egregio Signor Stallone, sono pronto per interpretare il tuo ruolo negli anni ’80 nel prossimo film che vorresti girare con la stessa metodologia de “Il Padrino – parte II”. Remember me…

Davide Di Bernardo

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