Capita spesso, a chi si occupa di filosofia, di dovere difendere la propria disciplina dalle critiche di chi la ritiene inutile. Mi è capitato anche, durante le consuete domande finali che seguono gli incontri pubblici, di dovere rispondere a genitori preoccupati del fatto che il figlio si fosse iscritto alla facoltà di Filosofia, a causa della probabile disoccupazione futura che ne sarebbe derivata. Premesso che insegno, da una posizione accademica peraltro molto marginale, in una università pubblica, e che non ho dunque interessi privati da difendere, mi sono sentito in quelle occasioni di rassicurare questi genitori con il seguente argomento.

Se è vero – alcune università private forniscono statistiche differenti – che i laureati in Filosofia hanno scarse possibilità occupazionali, è altrettanto vero che questi ragazzi hanno la possibilità di acquisire una educazione alla vita (alla buona vita) non riscontrabile in alcuna altra facoltà universitaria. Ciò, purtroppo, non è vero sempre, in quanto dipende molto dai docenti che si incontrano, dalle letture che consigliano, dalla cura che manifestano per i propri studenti. Tuttavia, un giovane appassionato al pensiero che si iscrive a Filosofia, troverà sicuramente sulla propria strada quanto meno gli antichi filosofi greci, e da loro imparerà molto, anche ciò che serve a lenire le preoccupazioni economiche, comprensibili in un modo di produzione sociale conflittuale ed escludente.

Tutta la filosofia antica, da Omero ad Epicuro, ripete infatti in modo costante la necessità di avere ben chiaro il proprio limite umano, di mantenere la giusta misura, di non ricercare nulla di troppo, se si desidera vivere bene. Questi insegnamenti, opportunamente elaborati, costituiscono uno dei principali antidoti contro gli eccessi del nostro tempo. La modernità capitalistica propone il consumo come criterio della partecipazione sociale, il denaro come criterio del benessere individuale, ed il lavoro come criterio della realizzazione esistenziale: per questo motivo anche famiglie non disagiate si preoccupano eccessivamente della occupazione dei figli.

Chi legge starà forse pensando che non ho ancora risposto alla preoccupazione di quei genitori. In realtà penso di avere risposto, nei limiti in cui è possibile farlo. La risposta consiste nell’indicare che chi esce da una facoltà di Filosofia con delle buone basi classiche, interiorizza che l’uomo è limitato, e che dunque per vivere bene gli basta un numero limitato di cose. Chi interiorizza questa consapevolezza si rivolgerà forse verso una attività lavorativa meno remunerata, ma certo più ricca di senso e valore per la propria vita; una vita che, se pure lo condurrà a guadagnare meno, gli consentirà più facilmente di evitare quegli errori che spesso inducono anche chi ha buoni redditi a sperperarli, dietro la rincorsa affannosa del locale in cui passare il tempo, della costante organizzazione dei weekend, della ansiogena rincorsa all’ultimo bene di status.

Indubbiamente, mi si può rispondere che oggi non è facile neppure trovare quel tipo di lavoro minimale. Qui però il discorso si fa generale, e non riguarda più la facoltà di Filosofia, ma la totalità sociale complessiva. Finché vivremo in un mondo in cui il fine di ogni attività è il massimo profitto, sarà infatti sempre possibile la disoccupazione (la disoccupazione è come noto profittevole per il capitale, poiché riduce i salari). Solo quando riusciremo a realizzare un contesto sociale complessivo in cui sia prevista la collaborazione di tutti affinché nessuno manchi del necessario – un modello comunitario di società che Aristotele avrebbe definito “naturale” –, sarà possibile una ripartizione democratica del lavoro da svolgere e della produzione da realizzare, al fine della buona vita. Fino ad allora, ciò sarà impossibile.

La filosofia serve anche a far comprendere questi grandi orientamenti generali, ossia a mostrare che un altro mondo, migliore di quello attuale, è possibile. Essa dunque, specie nella sua originaria matrice greca, è vicina a quella concretezza da cui troppo spesso invece, soprattutto oggi – per colpa anche di alcuni “filosofi” –, si ritiene che faccia astrazione.

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A proposito dell'autore

Luca Grecchi

Luca Grecchi insegna Storia della filosofia alla Università degli studi di Milano Bicocca. E’ direttore della rivista di filosofia Koinè, ed autore di una trentina di volumi principalmente sulla antica filosofia greca. Fra i suoi libri principali Conoscenza della felicità (Petite Plaisance, 2005) ed A partire dai filosofi antichi (Il Prato, 2009, con Enrico Berti).

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