di Marco Iacona
Commuove l’ultimo libro firmato Dario Fo e Franca Rame. Commuove perché lei non c’è più – morta il 29 maggio 2013 – e perché si tratta di un testo teatrale in due tempi che la coppia doveva portare in scena, a Verona, nell’estate 2013. “Una Callas dimenticata”, edizioni Franco Cosimo Panini (cm. 22 x 28, pp. 116 euro 22.00), recupera quello spettacolo ovviamente cancellato, riproponendo non soltanto il testo ma riproducendo le tavole realizzate da Dario Fo appositamente per le scene. Disegni che raffigurano i vari momenti della biografia callasiana: la donna grassa dei Quaranta, quella magra dall’inizio dei Cinquanta. Dai cento ai cinquanta chili, ma mai priva di avvenenza in omaggio ai canoni estetici delle regioni greche. Il libro commuove infine perché interamente dedicato alla più grande voce lirica del Novecento, probabilmente di sempre. A quel genio del teatro in musica che com’è stato scritto seppe reinventare l’opera. La Callas trasformò una forma d’arte che ripeteva stancamente i propri riti, in uno spettacolo capace di coinvolgere nuovo pubblico senza trascurare un briciolo della propria esclusività. Maria Callas è stata una guida, un’educatrice, una rivoluzionaria, oltre che un’artista dal valore straordinario. Girerà il mondo, naturalmente, lavorando con la Scala dall’inizio dei Cinquanta fino al ’62 e interpretando più di venti ruoli diversi. Debutterà al Metropolitan di New York nel ’56 e due anni dopo all’Opera di Parigi. Si esibirà anche nella nostra città – Catania – in un periodo che rappresenta una vera e propria età dell’oro.1

Meritato l’omaggio riservatogli da Dario Fo, come quelli a volte un po’ cattivelli di biografi, registi e saggisti che ne hanno indagato vita, amori, carriera, capacità artistiche e dietro le quinte. Il libro è un dialogo a tre voci non privo di spirito – un’attrice, Dario e un attore: gli ultimi due si scambiano i ruoli come in gioco delle parti – con la previsione di intervalli in musica. I brani sono tratti da “Masnadieri”, “Aida”, “La forza del destino” e “Traviata” di Verdi; “Norma” e “Sonnambula” di Bellini; “I pescatori di perle” di Bizet; “Le Villi” di Puccini; “Il viaggio a Reims”, “Il barbiere di Siviglia” e “La gazza ladra” di Rossini. L’attrice in scena – che doveva essere Franca Rame – racconta la propria storia in prima persona, trasmettendo al pubblico, adesso ai lettori, l’idea che due o più “caratteristiche” accomunino le protagoniste. L’una celebrata, l’altra in vista. Dopo un’infanzia e una giovinezza non proprio felici, genitori separati e rapporto conflittuale con la madre, la Callas ben lontana dall’essere la donna raffinata in seguito protagonista di rotocalchi e settimanali, debutta con “Gioconda” proprio all’Arena di Verona. È il 1947. Ad interessarsi alla sua causa è Giovanni Zenatello, primo Pinkerton della storia, a.D. 1904, e Radames nell’“Aida” del ’13. La futura diva viene diretta dal mito Tullio Serafin.

A Verona arte, vita e destino si mescolano con capriccio. Nella città di Giulietta, la Callas conosce il primo amore ma non il più grande: l’industriale Titta Meneghini. Dario Fo mette in scena il primo incontro tra i due, quasi uno sketch pieno di buon umore, e il successivo corteggiamento di quel goffo amante della musica tra le gondole di Venezia. Di lì a poco il buon Meneghini – di ventisette anni più vecchio – diventa impresario della povera ma fortunata cantante, quindi la sposa. Finalmente la valchiria greco-americana dal talento unico sale a cavallo e va in fuga transitando per le regie di Luchino Visconti – il regista che le insegna a recitare e a muoversi sul palcoscenico – e lo scandalo all’Opera di Roma – quando per indisposizione manda a casa dopo il primo atto di “Norma” il presidente Gronchi e tutta la Roma dei vip. La memoria galoppa e non si rassegna. Carriera uguale fama, uguale danaro, uguale stress. Cosa c’è di meglio di una “gitarella” a bordo del panfilo più bello del mondo, il “Christina” del re del jet set il greco Aristotele Onassis, per rimettersi in sesto? Siamo nel 1959 tra gli ospiti di una crociera maledetta (o benedetta). Tutto o quasi accade su una splendida nave che parte dal principato di Monaco, dove Onassis è di casa, e arriva fino in Turchia. Lì scoppia l’amore – quello vero – tra i due greci. Lì si compiono i destini dei protagonisti di una tragedia. Prevista ma non meno autentica. Il resto è biografia terrena che Dario Fo carezza con stile: biografia triste e non più segreta. Il figlio della coppia morto a poche ore dalla nascita, il lungo declino, la scaltrezza e l’arrivismo dell’armatore, i viaggi, le separazioni, il desiderio di una vita normale, la comparsa in scena della vedova Kennedy e il matrimonio Onassis-Kennedy. Infine, le solitudini, quel periodo “pasoliniano” che andrebbe indagato per bene, la storia con Pippo Di Stefano, le esibizioni in giro per il mondo e la morte dell’armatore. L’amore per Aristo che non finirà mai, l’esilio parigino e l’eredità (materiale e) artistica di una donna unica, in realtà mai dimenticata.

 

Marco Iacona

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