Marco Iacona

La lotta alla mafia non è un pranzo di gala. Non è una piacevole partita a carte, alla fine della quale c’è un vincitore e c’è un perdente. Non è una passeggiata ai giardinetti, tra badanti e babysitter. La lotta alla mafia provoca morti e feriti e tante (ma tante tante) polemiche.
Combattere la mafia, cioè il proprio nemico significa in primo luogo sapere contro chi combattere – ed è già tanto. Quando leggevi Pippo Fava la prima cosa che ti veniva in mente era l’idea di poter determinare l’educazione dei giovani della tua città, strappandoli – quasi a forza – all’influenza di boss e giannizzeri che ne avrebbero fatto soldati per il proprio esercito. Già, l’educazione. Una volta, quando le influenze illuministiche erano ancora forti, si diceva che cultura e sapere avrebbero – nei tempi lunghi – creato un mondo migliore, con uomini consapevoli e interessati a perseguire il bene. Non so francamente se qui da noi sia mai avvenuto, considerando il fatto che quello familiare è sempre stato un agente di socializzazione più importante di quello scolastico.
Lasciamo da parte certi perché: troppo lunghi. Una corrente di pensiero che va per la maggiore, con disposizioni “interdisciplinari”, dice sostanzialmente che la mafia o è gruppo o non è. Agire sulle unioni, emotive per “definizione” è sempre difficile e lo scontro alla fine è quasi inevitabile. Violenza chiama violenza, purtroppo. Quale sia il ruolo delle scuole in tutto questo è un problema troppo grande. La scuola deve educare? Educare a cosa? E come può e deve educare? Deve mettersi contro le famiglie? E se non riesce a formare dei buoni cittadini la colpa di chi è? Troppe domande. Ma ti vengono tutte in mente, l’una dietro l’altra, quando apprendi di casi che ti inducono alla riflessione amara. La nuova preside del liceo “Cipolla” di Castelvetrano – Trapani – non ha tenuto conto della delibera del collegio dei docenti e del consiglio d’istituto e non ha permesso che l’aula magna della scuola venisse dedicata a Peppino Impastato e a Rita Atria. Un morto per mafia e una suicida per lo stesso motivo.
Sarebbe stato un gesto importante, seppure non credo ci sia un solo cittadino che possa scommettere sul fatto che le centinaia di piazze e vie dedicate alla memoria di Falcone e Borsellino abbiano influito minimamente sulla lotta alla mafia. Eppure ogni nostra azione è fatta di simboli che spiegano agli altri da che parte stiamo o vogliamo stare e contro chi lottiamo. La lotta contro quella detestabile minaccia che è la mafia sia fa anche così, e in una terra – la Sicilia – dove il gesto vale almeno quanto il risultato, è difficile pensare a strategie per così dire rivoluzionarie.
Intitolare un’aula scolastica a due vittime della mafia, è semplicemente una goccia in un oceano che va ancora attraversato. È vero, come dice la preside, professoressa Tania Barresi, che i due non sono a stretto rigore uomini di cultura ma è anche vero che dare una definizione di cultura sarebbe oltremodo complesso. Cultura è relazione, gesto, azione come insegnano gli intellettuali novecenteschi. La cultura in una terra come la Sicilia va confusa con la buona educazione. Cultura è rispettare il prossimo (le leggi e i diritti altrui), dare agli altri diritto di cittadinanza, non usare gli spazi pubblici come se fossero nostri. Cultura dev’essere innanzitutto questo. Subito dopo si pensi ai poeti, alle lamentazioni dei crepuscolari e alle eleganti idealizzazioni degli stilnovisti. Basterebbe conoscere la biografia delle due vittime di mafia per comprendere che in una terra di emergenze, cultura è tentare di spezzare la catena che anello dopo anello conduce sempre e solo alla stesse emergenze. Cultura è cambiamento (coraggio di cambiare), come aveva capito il giovane Impastato. Laddove vige la cultura della morte, della vendetta, dell’interesse egoistico dev’esserci quella della pace, della convivenza, della giustizia e della resistenza al sopruso.
Peppino Impastato era di una famiglia mafiosa, avrebbe avuto ogni “scusante” (lo dico tra virgolette ovviamente) per calcare le orme paterne e quello dello zio. Eppure grazie alla politica – non entro nel merito delle scelte di parte – abbraccia con fervore la lotta alla mafia, fino a fondare una radio libera che si finanzia da sé (radio Aut). Prende in giro mafiosi e potenti. Usa l’arma dell’ironia e dello sberleffo colto e tagliente. Verrà ammazzato nel 1978 proprio nelle terribili ore dell’assassinio di Aldo Moro. Peppino è un ragazzo che dà fastidio, uno diverso dagli altri. La sua morte viene immediatamente catalogata come un suicidio, al più come attentato che non è andato a “buon fine”. Ne nascerà un caso, risolto nel 2001-2002 con la condanna di Vito Palazzolo e del capomafia Salvatore Badalamenti. Chi ha visto il film di Marco Tullio Giordana “I cento passi” conoscerà anche i particolari della sua breve vita. Ancor più triste, se possibile, la vita della Atria, anch’essa di famiglia mafiosa. Una ragazza di diciotto anni che si suicida una settimana dopo la strage di via D’Amelio (1992) perché legata – come una figlia a un padre – a Paolo Borsellino, che la seguiva dopo la scelta coraggiosa di rompere con la famiglia. Il padre era già stato ucciso nel lontano ’85.
Anche Rita era una persona diversa dalle altre, che ha scelto di allontanarsi dal gruppo. Coltivare la diversità, in una terra refrattaria al cambiamento, è atto di coraggio. Dedicare tutti i propri sforzi alla memoria e al futuro di uomini e donne che hanno fatto e faranno della diversità una virtù, è cultura. E noi oggi ne sentiamo maledettamente il bisogno.

Marco Iacona

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