Va bene. Hanno ragione quelli che affermano che in Sicilia la mafia non c’è. E che dicono, pure, che in Sicilia di boss non ce ne sono. Qui lo dico e qui non lo nego. Effettivamente non è che in Sicilia ci siano mafiosi e mafiosetti ma è la Sicilia ad essere mafiosa. Non le parti singole ma il tutto. Arduo ed errato chiedersi se la mafia c’è o non c’è, quanti siano i mafiosi, a quale famiglia appartengano eccetera. Ma è l’intero continente siciliano – cioè l’Ufsis: Unione delle famiglie siciliane in Sicilia – ad essere organicamente colpito dal morbo. E tutti lo sanno (spero): siciliani e non siciliani.

A che scopo sennò mi chiedo tutti questi omaggi che viaggiatori consapevoli della verità, formulerebbero al boss ad ogni visita? Bacio le mani di qua e bacio le mani di là. Andare in Sicilia vuol dire – per riflesso condizionato – coprirla di elogi e complimenti, inchinarsi alla sua bruttezza e alla sua volgarità (scusate volevo dire eleganza e bellezza: non ce l’ho fatta). Il boss in gonnella dev’essere lusingato pena la sconfessione: un bagno rigenerante nell’acido virtuale.

Giampiero Mughini dice che della Sicilia non gliene frega nulla, che è un postaccio – interpreto discorsetti che hanno destato scandalo – con mare, fichi d’india e null’altro? Qualcun altro (io, per esempio) che le tiritere sulla storia e sulla cultura sono menate da bestselleristi confusi? Giù dalla torre, nel girone infernale del reietti e degli uomini inutili. Quell’altro, il presidente del Palermo calcio, Zamparini, voglio dire: Zam-pa-ri-ni, dice che Palermo è una splendida città? Come teologia comanda: come gli si può dar torto? La Siciliuzza è realtà indiscutibile, stavo per dire spirituale, ove vige la pena di morte: quella biblica e quella probabile. Ovvero: la “semplice” chiusura del pensiero e la cancellazione dal certificato di famiglia del pianeta.

Ricordate le scene nelle quali durante le feste dei santi, i cosiddetti devoti – quelli che trasportano il busto o altri simboli di non si sa quale confessione – si esibivano nell’inchino al boss di quartiere? Provate a immaginare che il boss sia la Sicilia tuttatuttatutta e il devoto o finto devoto un visitatore in via di ruffianerie. Chi passa lo stretto deve dire – alle volte, gli devono far dire – “che meraviglia!”, “che profumi!” “che bellezza!”, “la Sicilia è nel mio cuore e i siciliani non ne discutiamo neanche!”, “che qultura!” (scusate, è con la “c”), “che vita, che gente, che civiltà!”, “che…”, “che…”, “che…”. E quanti punti esclamativi. Finirà per crederci anche lui, potete scommettere.

Dico – bravi ragazzi e mafiologi in servizio volontario – non siete stanchi di pasteggiare a riverenze? Date retta a me, allenatevi un paio di volte al giorno. Affacciatevi al balcone di casa e urlate al vento: “perché non sono nato a Parigi o a Londra”? Ditelo, in ordine non rigoroso, ai siciliani, ai francesi, agli inglesi, poi a tutti gli altri.

 

A proposito dell'autore

Giornalista e saggista

Marco Iacona, giornalista e saggista. Siciliano non per colpa sua. Autore di sei volumi dal colonialismo italiano all’éra pop passando per il Sessantotto. Il settimo è in arrivo. Conosce Trento, Trieste, Bologna, Milano, Bergamo, Asti, Roma, Firenze, Pisa, Genova e Venezia. Non è mai stato ad Amalfi. Preferisce i fumetti a Nietzsche e Nietzsche a Hegel. Studia la destra ma preferisce Woody Allen. Ama l’opera lirica, la Callas e Pasolini. Ha vissuto quarant’anni in Sicilia e quattro in Piemonte. Nel 2010 ha riattraversato lo Stretto non per nostalgia.

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