Questa mattina, al Consiglio di Dipartimento, non ho potuto trattenere un moto di stupore. Il Direttore, infatti, comunicava che lo studente XY veniva a sostituire la studentessa YZ, nel frattempo laureatasi, quale componente del Consiglio di dipartimento in rappresentanza della componente studentesca. Ho domandato al collega a me vicino: “ma è il tizio che conosciamo o si tratta di una omonimia?”. No, non mi ero sbagliato: è sempre lo studente che vedo da almeno da venti anni presidiare i corridori della facoltà e interloquire con docenti e studenti, sempre dedito alla medesima missione: rappresentare gli studenti in tutti i contesti e le circostanze.

Sì, infatti nelle nostra università (e penso anche in tutte quelle italiane) si è studenti sino a che si ha la forza e il denaro per iscriversi, anno dopo anno, anche senza dare mai alcuna materia. E in quanto studenti si ha il diritto di partecipare agli organismi di rappresentanza o di entrare a far parte di comitati e commissioni varie, anche di quelli che presiedono alla organizzazione della didattica e alla valutazione dei docenti, o ad altre funzioni. Perché la nostra è una università democratica e lo si vede persino nel fatto che ormai sono gli studenti a valutare i docenti (con questionari appositamente distribuiti e ora online) e non più solo i docenti a valutare gli studenti. Con quale serenità i docenti possono fare lezione o tenere gli esami sapendo che poi gli studenti in un modo o nell’altro li valuteranno, lascio immaginare a voi. La maggioranza dei docenti sceglierà verosimilmente la strada meno pericolosa e difficile: sorrisi e cotillon alle lezioni, programmi quanto più “leggeri” possibile ed esami facili facili da superare; e così si starà sicuri di non aver noie. E poi si vuole l’eccellenza!

L’essere studente è così divenuto una sorta di professione. In passato facilmente avveniva che, nel suo esercizio, ci si metteva al servizio dei docenti o dei gruppi di potere che magari ricambiavano in qualche modo (contrattini, piccoli privilegi, magari prima o poi una borsa di studio o altro…); oggi lo si fa invece spesso in rappresentanza delle varie associazioni studentesche che il più delle volte sono emanazione dei partiti politici, che così entrano anche nella gestione dell’università non solo per vie ufficiali ed “alte”, ma anche attraverso la rappresentanza degli studenti, che vengono di fatto manipolati in nome di una malintesa rappresentatività democratica. Si capisce allora, visto il sempre maggior coinvolgimento degli studenti nella vita universitaria, quanto sia importante impedire questa sorta di “professionismo” e fare in modo che gli studenti chiamati a così delicate funzioni, siano effettivamente studenti, interessati a studiare; e che si laureano entro un certo numero di anni, anche ammettendo un piccolo fisiologico fuoricorso.

Non so da cosa e da chi dipenda stabilire la regola che gli studenti hanno elettorato passivo solo a certe condizioni (essere in corso, aver dato un certo numero di materie e non essere andati, ad es., oltre i due anni in fuoricorso ecc.). Forse dipende da normative nazionali, forse solo da una certa pigrizia o amor del quieto vivere a livello locale, forse dall’esigenza di far cassa (il fuoricorso paga molto di più in tasse degli studenti normali). Sarebbe certo interessante conoscerne la ragioni. Perché questo è un piccolo, ma significativo esempio, di come si potrebbe migliorare il funzionamento, l’affidabilità e persino la moralità del sistema universitario senza lanciare crociate riformiste e senza proclami di palingenesi universale.

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