Le università italiane stanno per chiudere la complessa e onerosa fase annuale delle prove di selezione per l’accesso ai Corsi e di recupero delle carenze. Molte polemiche sul modello, molta e non adeguatamente apprezzata fatica di tutto l’apparato preposto, molta ansia per gli aspiranti studenti.

Il modello non è perfetto, ma non c’è dubbio che negli anni è stato migliorato in termini di efficienza organizzativa, di tutela della parità di trattamento, di sicurezza. Tuttavia, a fronte, delle disarmanti affermazioni di un Ministro che sembra sottovalutare il problema di garantire condizioni di efficienza e di efficacia della didattica (specie di quella medica) emerge il problema dell’adeguatezza degli strumenti di selezione per garantire la valutazione dei singoli per ciascuno specifico percorso. Quanto è meditata la scelta di un giovane bravo che sia ammesso contemporaneamente a Giurisprudenza, Agraria, Ingegneria e Professioni sanitarie e che deve decidere il proprio futuro nei pochi giorni disponibili per l’esercizio dell’opzione?

Superate le “rapide” della selezione e le “cascate” dell’opzione, il problema diventa quello dell’ansia da “performance” nel proseguimento degli studi. Poi verrà quello dell’ansia occupazionale, rispetto al quale, tuttavia, gli effetti positivi e/o negativi dell’università saranno già maturati.

Cosa può fare l’università per sostenere nelle scelte e accompagnare nel corso degli studi? Può fare molto utilizzando molteplici leve.

La parola magica è “orientamento”. Presa da sola significa poco. Significa quasi niente se la si usa indifferentemente nelle sue accezioni di “informazione”, “pubblicità”, “consiglio”, ecc. L’orientamento, oltre tutte quelle cose, è anche (soprattutto?) meccanismo formalizzato per indurre e garantire scelte consapevoli. Se “consiglio”, “informo”, “promuovo”, propongo strumenti di “autovalutazione” (non vincolante) alla fine mi ritrovo comunque lo studente bravo che per garantirsi libertà di scelta si ritrova a dover esercitare drammatiche opzioni nell’arco di pochi giorni e con lo studente meno bravo che prende ciò che resta per fare comunque qualcosa, magari in vista di una utilizzazione successiva in altro Corso.

Il problema serio (affrontato spesso e autorevolmente in modo non serio) è quello dei tempi e dei procedimenti di maturazione e determinazione delle scelte, come pure quello dei procedimenti di correzione delle difficoltà emergenti durante il successivo percorso di studi. Rispetto ad esso è necessario un “orientamento proattivo”. Immagino un procedimento che “impegni” l’aspirante studente in un percorso formalizzato e assistito lungo un significativo arco temporale: dal tempo della maturazione delle scelte, al tempo del conseguimento dei risultati.

Ecco dunque alcune semplici considerazioni.

A)     Si potrebbe pensare di anticipare le prove selettive, costruite in maniera “orientante”, cioè tali da indurre riflessione su capacità, motivazione e determinazione. Così come si fa per i corsi a numero chiuso nazionale si potrebbero fissare tutte le prove durante (o forse all’inizio del) l’ultimo anno di scuola media superiore (magari a novembre/dicembre).

B)     Si garantirebbe responsabilizzazione nella formazione delle scelte successive e si potrebbe svolgere un orientamento limitato a coloro che hanno partecipato alle specifiche selezioni. Allo stesso modo si potrebbero fare corsi di recupero in collaborazione con le scuole senza impegnare l’università in attività improprie e si potrebbero svolgere prove attitudinali (es.: far frequentare per qualche tempo un Pronto soccorso agli aspiranti medici e paramedici e vedere quanti intendono insistere, ma gli esempi non sono difficili neppure per le altre aree).

C)     L’alternativa, appena velatamente fatta intravvedere dal Ministro, potrebbe essere quella di introdurre un anno di riflessione prima dell’accesso ai veri percorsi formativi. Chi tra noi è più anziano ricorderà che in alcune versioni del “PROGETTO Martinotti” (poi riforma Berlinguer-Mussi) lo schema non era “3+2” ma “1+2+2”.

D)    L’altro aspetto di “orientamento proattivo” è quello relativo al recupero degli studenti in difficoltà (spesso per errore nelle scelte iniziali). Anche qui sperimentiamo, da almeno vent’anni, tecniche e interventi di grande impatto scientifico e (in qualche caso anche emotivo), ma di limitata efficacia sociale. Anche qui il problema non è risolubile solo con l’approntamento di interventi “spontaneisti”. È necessario attivare procedure di responsabilizzazione dei Dipartimenti e dei Corsi, con il consenso dei singoli Studenti e con lo studio di tutte le soluzioni possibili e con le risorse necessarie.

  1. In primo luogo, la conoscenza del quadro problematico. Tutti sappiamo che in ciascuna struttura si riscontrano seri problemi didattici e che la media degli Studenti incontra difficoltà facilmente individuabili in esami specifici. Se si vuole una conoscenza documentata e non intuitiva (e neppure lasciata a segnalazioni ritorsive) dei “punti di difficoltà” si può attivare un semplice meccanismo di rilevazione: incrociare i dati delle prenotazioni d’esame (rilevanti come “intenzioni”) con i dati degli esami (ritirato, riprovato, approvato); raffrontare il dato ottenuto per ciascun insegnamento con i dati omologhi per diversa titolarità, classe di laurea, SSD, Dipartimento, ecc.; evidenziare gli scostamenti; aggiungere un’adeguata dose di buon senso e ‘shakerare’ secondo i gusti.
  2. Se si vuole andare oltre, si possono raffrontare le “storie accademiche personali” di ciascuno Studente con i dati generali e capire se il “ritmo” individuale è “normale”, nel duplice senso di conforme all’andamento generale del Corso di appartenenza e conforme ai tempi individuali dell’interessato. Più o meno come si fa in cardiologia.

E)     Per fare tutte queste cose non c’è bisogno di grandi spese, ma solo di “scelte” di ciascun Dipartimento e di competenze statistiche e informatiche per gestire le basi di dati esistenti. Per andare oltre è necessario ottenere il consenso preventivo degli interessati alle varie forme di intervento possibile (informativo, sollecitatorio, consulenziale).

Non si deve sottovalutare, tuttavia, un piccolo problema: siamo certi che le difficoltà abbiano origine solo dai comportamenti e dalle carenze dell’utenza?

Se la domanda non fosse chiara la esplicito. Ben vengano i servizi di “counseling” (purché non siano solo “consolatori”), anche decentrati presso ciascuna struttura. Esprimono certamente un vivo interesse di struttura per gli Studenti. Ma se dalla statistica scoprissimo che il problema non è radicato negli studenti ma in qualche professore con quali strumenti interverremmo? Con un “counseling” orientato al Docente?

A proposito dell'autore

Ordinario di Diritto privato all'università di Catania

Giuseppe Vecchio (Giarre, 1952), è ordinario di Diritto privato, è stato Preside, Direttore di Dipartimento, responsabile del Centro Orientamento e Formazione dell' Università di Catania, Consigliere al Consiglio di Giustizia Amministrativa per la R S, Consigliere nazionale Cri. È Cavaliere di Gran Croce dell' Ordine al Merito della Repubblica Italiana. Attualmente dedica la propria attività di ricerca ai 'diritti sociali'.

Post correlati

Scrivi