Francesco Coniglione si chiede in un suo recente intervento se un nuovo “ente” (il prodotto dell’apprendimento) sia apparso nel panorama universitario e, con l’occasione torna sul tema della burocratizzazione dell’università. Lo fa scegliendo di accompagnarsi a Nuccio Ordine del Corriere della Sera e immaginando una sorta di resipiscenza della grande stampa nazionale a favore della cultura umanistica.

Diversamente da Coniglione, sono sempre meno propenso a partecipare ad incontri nei quali si concretizza la formula evangelica di Luca, 11, 46: “Guai a voi dottori della legge, perché caricate le genti di pesi difficili a portare e voi non toccate quei pesi neppure con un dito!”

Allo stesso tempo, non sono così sicuro di poter avvertire nella stampa nazionale un’adeguata sensibilità verso i problemi dell’università e, soprattutto, penso, diversamente da Ordine, che tra i compiti essenziali dei professori universitari ci sia (oltre alla didattica e alla ricerca) l’esercizio delle funzioni di autonomia, anche nelle sue manifestazioni di autovalutazione e autodichia. Tanto più siamo in grado di autovalutarci e di correggere da noi stessi i nostri errori, tanto più saremo apprezzati e rispettati come istituzione.

Ho l’impressione, dunque, che dovremmo spostare il tiro e affrontare due diversi ordini di problemi:
a) perché è sempre più stringente la necessità di formalizzare, misurare, valutare le attività universitarie,
b) perché è sempre più elevato il grado di insofferenza dei Docenti verso tali pratiche.

Qualche anno fa, in un intervento all’Associazione italiana di valutazione, avevo espresso l’opinione che la valutazione dell’attività universitaria non fosse suscettibile di valutazione per misurazione, ma solo di giudizio sintetico sui risultati. Quel tipo di giudizio poteva e può esprimersi solo con valutazioni non quantitative, formalizzabili in votazioni rappresentative di opinioni. Le cose andarono in maniera diversa e si affermò la linea ispirata alla misurazione. I risultati sono ‘misurabili’ attraverso la lettura della conflittualità post-abilitazione nazionale. Anche per quella procedura avevo segnalato, con un intervento su Roars che la normativa consentiva di superare il criterio metrico e passare a valutazioni mediante giudizio e non quantitative. Anche quella segnalazione cadde nel vuoto (come si può vedere dai commenti seguiti su Roars).

Sperando di avere dimostrato che non sono un quantitativo-burocratico, penso di potere affermare che in certi ambiti e con certe cautele alcune misurazioni sono necessarie, proprio per comparare e formulare ‘giudizi’. È anche il caso di alcuni aspetti della considerazione dell’utilità dei nostri comportamenti e delle nostre scelte in materia didattica. Pongo solo interrogativi ai quali chi vuole e sa potrà rispondere.

È possibile stabilire connessioni significative tra i modelli di organizzazione didattica e le performances degli studenti?

È possibile immaginare che ci sia una connessione fra il vezzo di organizzare le lezioni con orari che sembrano lo schema di un cruciverba casuale e le risorse temporali e psico-fisiche dello Studente? Se qualcuno ha curiosità per questo tema (penso potrebbe essere appassionante per i vari ‘organi’ universitari che curano la materia) potrebbe visitare i siti dei Corsi di laurea d’ Ateneo (senza vendere il copyright a note riviste di enigmistica). È possibile immaginare che lo studente apprenda in un tempo predeterminato ciò che il Docente non è in condizioni di spiegare nel tempo proporzionalmente assegnato? È possibile immaginare che il tempo dello studente sia irrilevante e quello del professore sia prezioso, secondo alcuni improbabili sviluppi della teoria della relatività?

Le considerazioni che precedono possono aprire la strada alla risposta alla seconda domanda: perché i nostri docenti sono sempre più insofferenti per il lavoro di misurazione? È vera la lettura che si tratta di un lavoro inutile? Oppure lo riteniamo inutile perché immaginiamo che alla fine non avrà alcun esito concreto (anche perché grazie all’autonomia l’esito dipenderà dalle nostre stesse decisioni)?

Penso che una lettura utile dei processi in corso sia quella di non liquidarli con la scomunica della ‘burocratizzazione’, di non essere nostalgici di assetti di potere, strutture istituzionali e regimi sociali che, in altre epoche della nostra vita, abbiamo bollato con giudizi ed epiteti non sempre gradevoli. È vero che le procedure di autovalutazione sono spesso complicate e difficili. È altrettanto vero che non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire.

Potrei continuare a lungo ma studenti e docenti conoscono questi problemi fin troppo bene. Peccato che gli uni subiscano pur di non affrontare inutili tensioni e gli altri si autocompiacciano di essere importanti perché temibili agli esami.

Se tutto questo è misurabile, vale la pena farlo. Purché all’esito della misurazione la comunità accademica sappia e possa trarne le conseguenze. L’alternativa, ci piaccia o meno chiamarla ‘mercato’, si esprimerà (e si esprime) con la libertà degli studenti (clienti o meno che siano) di cambiare corso di laurea, dipartimento, università (mi chiedo se siano vere le illazioni che circolano sui trasferimenti in massa di nostri Studenti, sulle cadute verticali di immatricolazioni, ecc.).

A proposito dell'autore

Ordinario di Diritto privato all'università di Catania

Giuseppe Vecchio (Giarre, 1952), è ordinario di Diritto privato, è stato Preside, Direttore di Dipartimento, responsabile del Centro Orientamento e Formazione dell' Università di Catania, Consigliere al Consiglio di Giustizia Amministrativa per la R S, Consigliere nazionale Cri. È Cavaliere di Gran Croce dell' Ordine al Merito della Repubblica Italiana. Attualmente dedica la propria attività di ricerca ai 'diritti sociali'.

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