Una acuta, colta e fine letterata, amica e collega da lunga data, mi ha recentemente così ‘mailato’: «ti segnalo un bellissimo svarione di Capuana nel romanzo Rassegnazione (da controllare sull’edizione a stampa, però, perché io l’ho letto su “Liber Liber”): “riando” anziché “rivado”. Sicuramente troverai il modo di giustificarlo: ti aspetto al varco».

Una ‘sfida’, che meritava una attenta risposta, e non tanto rispetto alla specifica domanda, quanto per il tipico modo di porsi dinanzi ai fatti linguistici che, se diversi da quelli a noi familiari, vengono spesso bollati come (in realtà non sono) “svarioni”, con il rischio di non capire gli altri.

Quale quindi la metodologia da adottare per una pertinente risposta?
1) Contestualizzazione dell’uso di “riando” nel romanzo Rassegnazione (Treves 1907), dove si legge: «Da mesi e mesi io riando tutto il mio passato e non a memoria soltanto» (p. 314, Google libri The Project Gutenberg EBook of Rassegnazione 2008, p. 106).
2) Un refuso possibile avrebbe potuto essere “riando” per “riandò”. Ma il contesto a questo punto lo esclude del tutto.
3) La lectio difficilior “riando” (anziché il banale “rivado”) rende pressoché inutile il controllo su una edizione a stampa.
4) Il giudizio di “svarione” si rivela quindi come una pura illazione del lettore.
5) La semantica e l’uso transitivo di riandare non sono certamente comuni, ma un dizionario scolastico come quello di T. De Mauro riporta con un es. illustre il significato: «3. v.tr. LE fig., riesaminare, ripercorrere con il pensiero, con la memoria: il gran lavoro della sua mente era di riandare la storia di que’ tristi anni passati (Manzoni)». Il che consente di accertare l’“ortodossia” della semantica capuaniana, e anzi l’es. d.o.c. del dizionario lascia trasparire un ammiccamento di Capuana al Manzoni!
6) A questo punto l’“anomalia” del verbo è solo morfologica. Data anche la semantica fig. e trans., Capuana ha coniugato il verbo non come prefissato “ri-andare” ma come verbo semplice regolare della prima coniugazione “riand-are”. In maniera analoga, il composto soddis-fare si coniuga: soddis-faccio, fai, facciamo, fanno, ecc. Ma se il termine è percepito come verbo semplice di I coniugazione soddisf-are, allora la coniugazione alternativa è: soddisf-o, -i, -iamo, ano, ecc. O anche lique-fare (si lique-faceva) e liquef-are (si liquef-ava), ecc.
7) L’uso morfologico capuaniano riand-o è certamente marcato, rispetto anche all’attuale uso ri-vado di riandare. E quindi è da accertare se tale uso morfologico sia “idiolettale”, esclusivo cioè di Capuana in questo o in altri suoi testi, o se esistono precedenti (o successivi) usi di altri autori. La grammatica scolastica avrebbe detto una eccezione, una licenza consentita ai letterati, l’uso di riand-o.

Una rapida scorsa alla LIZ ovvero “Letteratura Italiana Zanichelli” (2001) o nuova edizione BIZ (2010) “Biblioteca Italiana Zanichelli”, ricca di circa 1000 testi della letteratura italiana, dalle origini a metà ’900, non fornisce alcun esempio di riand-o. Peraltro del Capuana manca nella LIZ/BIZ il romanzo in questione, essendoci solo Giacinta (1879/1889), Il marchese di Roccaverdina (1901) e Profumo (1890/1900). Ma la forma riand-a appare nell’800, in M. Cesarotti av. 1808, V. Monti 1810 e C. Dossi 1884. E il plurale riand-ano ancora in Dossi («Altre, invece, non riàndano mica zoologìa; sibbene geografìa»).

Senza voler poi considerare il Tommaseo-Bellini (1861-1879), il Grande dizionario storico del Battaglia (vol. XV, 1990) consente di arricchire la documentazione in questione di una decina di ess. in precedenti autori e testi: riandi imperativo (Ovidio volgarizzamento sec. XIV), indic. (L. Salviati 1588), si riandi cong. (B. Varchi 1565-1570), rianda (M. Equicola 1495-1525, L. Salviati 1566) e poi nell’800 (I. Pindemonte 1822, G. Rovani 1874, P.E. Castagnola 1850-1870, C. Dossi 1884).

Grazie a Google, come un cirneco o segugio, è stato possibile ‘scovare’ almeno un ulteriore uso di tale forma morfologica, in una lettera di Giuseppe Mazzini alla madre del 14 sett. 1839: «Però io vi venero e v’amo a un tempo; e mi rivolgo a voi col pensiero, e riando le cose che m’avete scritte o dette, e mi conforto in esse ogni qualvolta io mi sento avvilito, e il tedio della vita invade tutte le mie facoltà” (Scritti editi ed inediti, Imola, Galeati, 1914, vol. XVIII, epistolario, vol. VIII, p. 202).

Certo, si tratta alla fine di una forma poco comune. L’attenta collega puntualizza: «Ho letto romanzi, racconti e saggi dell’Ottocento a non finire, ma da nessuna parte ho trovato una coniugazione di “riandare” come quella che fa , Capuana». E di nessuna vitalità nel ’900, se anche una scorsa al Primo tesoro della lingua letteraria italiana del Novecento ricco di 100 romanzi del premio Strega, a cura di T. De Mauro (2007), apparsi nel sessantennio 1947-2006, non dà alcun esito.

8) Epperò, se nella incriminata frase capuaniana si inserisse la forma ortodossa non si creerebbe paradossalmente una ‘stonatura’: «Da mesi e mesi io RIVADO tutto il mio passato e non a memoria soltanto» ?!.
9) La mia interlocutrice, alla spiegazione della forma riand-o, ha così ulteriormente obiettato: «Scusa Salvatore, ma non ho capito niente della tua risposta: “riandare”, infinito, va benissimo; quello che non va bene è “riando”, prima persona del presente indicativo. “Riandare” si coniuga o no come “andare”? Per caso si dice anche “io ando”?»

La reazione della inflessibile letterata lascia trasparire, alla fine, l’atteggiamento proprio di chi si trincera dentro il “Logicismo” (astratto): su come le cose dovrebbero essere; anziché osservare, secondo la “logica (storica e contingente)”, come le cose sono (anche se non piacciono!).

10) Io, laicamente ritengo che ognuno abbia diritto di scegliere le forme che più gli aggradano, senza però biasimare gli altrui usi in quanto diversi dai propri, ritenendoli per di più errati. Variatio delectat.

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