di Daniele Lo Porto

CATANIA – LA Via crucis segnata dagli eroi dell’antimafia è lunga e intensa. Quella che ricorda il sacrificio di Pio La Torre  e di Rosario Di Salvo, il suo angelo custode impotente, è la più recente. Simbolicamente precede di pochi giorni quella festa del lavoro che La Torre, da buon comunista di allora, riteneva una data da celebrare, un diritto da conquistare e difendere, prima di ogni altra cosa, perché il lavoro è libertà, dignità, forza, individuale e collettiva, equilibrio sociale e ricchezza del Paese.  Negli anni passati ricordare le vittime della mafia era quasi una ricorrenza formale per i più, tra pennacchi e squilli di trombe, un fastidio per tanti, un dolore rinnovato per i parenti, gli amici veri. Da qualche anno a questa parte la presenza alle commemorazione garantisce visibilità e medaglie virtuali al valor civile. Si sgomita per conquistare un posto in prima fila, per  acquisire “crediti” di legalità, per esaltare il valore di chi non c’è più, lacrime a secco in differita. Per una disgustosa competizione, tra primedonne e ultimiuomini, tra chi è più antimafioso, più paladino della legalità, più qualcosa dell’altro. E’ la ricerca ostentata e maniacale dell’antimafiosità doc è, di per sé, atteggiamento mafioso, perché porta alla delegittimazione, all’emarginazione degli altri. Non credo che ci sia una scala di valori o gerarchica nella difesa della legalità o dell’antimafia. Io, da semplice cittadino, conduco la mia battaglia, semplice, silenziosa, quotidiana, non pagando il posteggiatore abusivo. Con il mio euro negato alla mano tesa, aperta e sporca non finanzio i cravattari, gli spacciatori, chi si va a costruire la casa abusiva. Nel mio piccolo.
La festa del lavoro mantiene il suo rituale stanco e ormai anacronistico. Il concertone in piazza, e nelle piazze; cortei e bandiere dai valori e simboli ormai sbiaditi, l’occasione buona botte da orbi a destra e manca perché chi non vuole lavorare ha mani pronte e libere per menare. Il principio costituzionale è ormai solo mera dichiarazione di volontà, non reale applicazione. E’ concetto relegato a utopia perché nell’Italia buonista e ubriaca di globalizzazione sono altre le priorità.
Il mondo è cambiato e sta continuando a cambiare, in modo vorticoso. Anche riti e rituali vanno aggiornati, altrimenti è mostra archeologica di valori non rinnovato impegno fondato sul sacrificio di chi ci ha preceduti.

A proposito dell'autore

La porta sempre aperta Una costante di Daniele Lo Porto. la sua porta è sempre aperta, in tutti i sensi. Ha tempo e voglia per ascoltare chiunque abbia qualcosa da raccontare, anche se è sommerso di lavoro. Ha iniziato il 26 novembre del 1978, giorno del suo diciannovesimo compleanno, ma era anche la sua prima domenica, indimenticabile, da "giornalista" e del suo primo articolo, anzi dei suoi primi articoli. Una domenica iniziata all'alba e finita di sera, dopo aver corso da un campo all'altro, essere sceso da un autobus per poi risalire su un altro, per scrivere tre partite di calcio giovanile. Il più bel compleanno di sempre, quello: concretizzava una passione scaturita fin da bambino che, col tempo, sarebbe diventata professione. Il Diario, Il Giornale del Sud, Il Giornale di Sicilia, Sicilia imprenditoriale, Telecolor, l'Ufficio stampa della Provincia regionale di Catania, Il Corriere della sera, Sicilia&Donna, oggi Siciliajournal.it. Ricomincia, con l'entusiasmo di allora.

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