di Katya Maugeri

«Qui c’è un cartello: Auschwitz!”. Ognuno di noi sente il cuore fermarsi. Auschwitz era un concetto, l’incarnazione di idee confuse. Il treno si muove lentamente, quasi esitando, come se volesse porre, gradualmente, con delicatezza, la merce umana che trasporta di fronte alla verità: “Auschwitz”. Doppi e tripli recinti di filo spinato si estendono senza fine; torri di controllo, riflettori e lunghe colonne di figure umane, vestite di brandelli, grigie nel grigiore dell’alba. Comprendemmo presto quanto fosse vera la frase di Dostojewski che definisce l’uomo come l’essere che si abitua a tutto. Qualcuno potrebbe chiederci se e fino a che punto è vero che l’uomo può abituarsi a tutto; la risposta è affermativa, ma non chiedete come». [Uno psicologo nel lager, di Victor Frankl]

 

Un cancello. Ferro ghiacciato, sbarre verticali a impedire l’orizzonte e la speranza di uscire. È il 27 gennaio 1945 ed è caduta la neve. Il silenzio della neve è caduto sopra ogni cosa anche sul cartello “Arbeit mach frei”. Oltre quel cancello chiuso, oltre il rumore della quotidianità. Il silenzio di uomini accanto ad altri uomini, donne accanto ad altre donne, in comune lo stesso silenzio assordante, la loro nudità. Montagne di scarpe, montagne di corpi ammassati come legna da bruciare. Oltre quel cancello il silenzio di chi è stato privato della propria dignità, di chi ha non ha più un contatto umano con se stesso. Era il 27 gennaio 1945 e le truppe sovietiche aprirono le porte di Auschwitz, il mondo conobbe la realtà, udì quel silenzio.(1989-04.05) Polonia - Auschwitz (1a)

Campi di concentramento creati dai nazisti per eliminare tutti i soggetti considerati “inadeguati” “indesiderati” rinchiusi all’interno di un paradosso “il lavoro rende liberi”, il motto posto all’ingresso di numerosi campi, la menzogna di luoghi nei quali la condizione disumana rendeva schiavi i prigionieri vendendo crudeltà in cambio di speranza. Una libertà recintata da un filo spinato sorvegliata da mitragliatrici. Inizialmente i prigionieri venivano classificati in base alla loro capacità lavorativa, chi era esile e incapace di sostenere ore di durissimo lavoro veniva eliminato nelle camere a gas camuffate da docce, quelli dichiarati abili al lavoro venivano condotti negli edifici dei bagni, dove dovevano, consegnare biancheria e abiti civili, tutti i monili di cui erano in possesso; venivano privati, inoltre, dei documenti d’identità. Uomini e donne potevano conservare solo un fazzoletto di stoffa. Successivamente i prigionieri venivano spinti nel locale in cui erano consegnati ai barbieri, rasati totalmente in tutto corpo. Nudo. Freddo.
Passaggio successivo era la doccia, cui seguiva la distribuzione del vestiario da campo: una casacca, un paio di pantaloni e un paio di zoccoli. Rivestiti della loro nuova “identità”, i prigionieri, ricevevano un numero progressivo che, per tutta la durata del soggiorno all’interno del campo di concentramento, ne avrebbe sostituito il nome. Il numero era tatuato sul braccio sinistro.
Il 15 settembre del 1935 furono emanate per conto di Adolf Hitler, le leggi di Norimberga.Provvedimenti legislativi emanati durante il Congresso del Partito nazista che legalizzarono l’antisemitismo. Attraverso due principali atti legislativi – la “legge sulla cittadinanza del Reich” e la “legge sulla protezione del sangue e dell’onore tedeschi” – in Germania si mise a punto la definizione di chi era ebreo, e di conseguenza la segregazione razziale: gli ebrei persero l’emancipazione e l’eguaglianza civile. Il ruolo dei giuristi e dei medici affiliati al nazismo fu essenziale in questo processo legislativo, in quanto artefici della elaborazione teorica di chi sarebbe stato considerato ebreo, e dunque perseguitato e in seguito mandato a morte, e di chi era invece da considerarsi “ariano”. Fu proprio dal 1935 che la persecuzione nei confronti degli ebrei subì un’accelerazione: vennero banditi dalla scuola, dalle industrie e da ogni attività. Il 7 novembre 1938, durante la notte dei Cristalli, le SS compirono raid contro negozi ebrei, incendiando persino le sinagoghe. Molti morirono e i sopravvissuti furono condotti verso i campi di concentramento. Tra il 1933 e il 1945, la Germania nazista costruì circa 20.000 lager, stazioni intermedie costituita da cittadini comunisti, socialisti, rom, testimoni di Geova, handicappati, omosessuali.The_day_after_Kristallnacht
Campi di concentramento, luoghi orribili in cui venivano “concentrati” fisicamente uomini ai quali veniva estirpata la dignità varcando la soglia della disumanità e del non ritorno. Per agevolare la “Soluzione finale” (il genocidio di massa degli Ebrei), i nazisti realizzarono diversi lager in Polonia, il Paese con la più grande popolazione ebraica. Gli ebrei che vivevano nelle zone occupate dai Nazisti venivano in un primo momento deportati nei campi di transito, come Westerbork, in Olanda, o Drancy in Francia, per poi proseguire verso i campi di sterminio della Polonia occupata. I campi di transito rappresentavano, di solito, l’ultima fermata prima della deportazione nei campi di sterminio.

Sono trascorsi settantuno anni dall’apertura di quel cancello e non sono le date commemorative a rinnovare la nostra memoria, è proprio quel cancello aperto a ricordare, ogni giorno, quanto accaduto. È stato facile uscire da quei vestiti ammontati come cadaveri l’uno sull’altro, ancora più facile, smettere di respirare. Non guardiamo i documentari dedicati alla Shoah per timore di urtare la nostra sensibilità emotiva quando dovremmo piuttosto educare le nostre coscienze a varcare la soglia di quel cancello, delimitata dall’orrore di ciò che l’uomo è stato capace di realizzare e la speranza di non rendere vane le atrocità subite. 214850066-e34b7820-e4c0-4745-b819-1fd6ff4f8e32Riconoscere la crudeltà spietata di coloro che hanno annientato la dignità di vite umane rendendoli scheletri senza odore proprio, senza nome, prendere coscienza che un tempo, non troppo lontano, l’uomo ha annullato l’identità di altri uomini rendendoli numeri, matricole impresse a fuoco nella carne, identificati con una stella a sei punte di colore giallo. Quel cancello, settantuno anni fa fu aperto e quelle atrocità rivelate a un mondo che non può sottrarsi alla responsabilità di ricordare. “Memoria” è l’educazione che dovremmo trasmettere ai nostri figli, e non identificandola solo in una “giornata”, ma all’interno di quei valori da tutelare da difendere con un gesto semplice, ma difficile da compiere: ricordando.

«Se comprendere, è impossibile, conoscere è necessario», lo scrisse Primo Levi. Lui che da quell’inferno tornò “vivo”.

K.M.

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A proposito dell'autore

Katya Maugeri

Determinata. Umorale. Contraddittoria. Parlare di me? Servirebbe un’altra me per farlo. Riesco ad analizzare, esaminare varie tematiche senza alcun timore, ma alla richiesta autoreferenziale, ecco la Maugeri impreparata! Caos. Ed è proprio in questo caos che trovo ciò che mi identifica, trovo stimolante tutto ciò che gli altri, per superficialità, ritengono marginale, amo trovare e curarne i dettagli. Credo che trattenere i pensieri e sentirli dibattere nella mia mente sia l’essenza della mia “devozione”. Amo scrivere, serve scriverlo?

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