Si fa un gran parlare di emergenza, relativamente al gran numero di soggetti in fuga per lo più da stati subsahariani che sbarcano sulle nostre coste. L’emergenza, per il dizionario, è «una situazione negativa improvvisa cui si deve far fronte in  modo immediato». Il termine pare abbia qualche debito con l’inglese emergency, più che con il latino per cui si farebbe riferimento a ciò che emerge, che affiora, che salta agli occhi. Sfogliando il dizionario Treccani emerge però (nel senso che salta all’occhio inaspettatamente) anche il termine “emergenzialismo” che pare assai più adatto a definire la situazione attuale: trattasi infatti della «Tendenza ad affrontare ogni difficoltà come una situazione di emergenza, senza individuarne correttamente le cause e predisporne i rimedi adeguati».

Ecco perché ogni giorno, spulciando le pagine dei giornali, troviamo la politica italiana alle prese con l’emergenza causata dall’arrivo di tanti minori stranieri non accompagnati (alcuni centri di prima accoglienza ci sono ma lo Stato non li paga); con l’emergenza dovuta al fatto che per gli adulti invece i centri non sono più sufficienti (c’è quello di Mineo che è già arrivato a 4000 ospiti e quindi si pensa di crearne altri due, in Sicilia, altrettanto grandi); con l’emergenza causata dalle incompetenze e dalla disorganizzazione (se si trova un alloggio di fortuna per chi sbarca non è detto che ad accoglierli ci sia personale competente o mediatori culturali o capacità organizzativa).

Insomma, il termine “emergenza”, se non fosse per la coincidenza dei mondiali di “calcio”, sarebbe di gran lunga quello più usato in questi giorni di calura estiva interrotta da improvvisi e burrascosi temporali che rischiano di causare, manco a dirlo, un’altra emergenza, quella del rischio idrogeologico.

Naturalmente c’è chi propone rimedi, come l’istituzione di 50 commissioni per l’esame delle richieste di asilo e il conseguente rilascio dello status di rifugiato o di una delle altre protezioni internazionali o umanitarie (rispettivamente della durata di cinque, tre e un solo anno), tranne dimenticare che già è risultato quanto mai difficile e complicato per il Ministero dell’Interno triplicare la commissione territoriale di Siracusa per semplificare la vita agli operatori del Cara Mineo, costretti a misurarsi con le ovvie proteste di chi attende l’esito della propria richiesta da oltre un anno.

Che la vera emergenza sia l’incompetenza della classe politica che non sa trovare rimedi a una situazione che ormai emerge (nel senso che affiora, sporge, è evidente) da anni? O forse non emerge abbastanza chiaramente che i rifugiati e gli immigrati potrebbero dare una mano alla nostra claudicante economia soprattutto per sfruttare meglio l’agricoltura in Sicilia se solo “emergesse” un esempio di come creare cooperative miste (italiani e rifugiati) a cui affidare le terre confiscate alla mafia? O ancora non affiora, non viene alla luce un sistema di accoglienza e assistenza che procuri lavoro, istruzione, formazione, tirocini, in maniera da far emergere le migliori competenze da sfruttare come risorse per il bene di tutti?

Intanto il termine “emergenza” continua a navigare a vista nel Mare Nostrum della polemica politica, creando terreno fertile per far emergere dibattiti utili solo a chi voglia tirare acqua al proprio mulino.

E se provassimo ad emergere dalla palude dell’emergenza?

A proposito dell'autore

Autore e produttore cinematografico

Rosario Lizzio, classe 1958, folgorato ancora adolescente dal cinema, ha fatto l'esercente, il distributore e il critico cinematografico vivacizzando per oltre un ventennio la vita culturale dei cinefili catanesi prima di esiliarsi in provincia a scrivere due o tre film dopo aver insegnato Storia e Critica del Cinema all'Università di Catania. Attende con ansia l'uscita del film "The Wait (L'attesa)" per potersi dedicare ad un'altra produzione. Vede tutto attraverso la lente distorta della settima arte.

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