Si resta un po’ perplessi al sentire le notizie sulle più recenti preferenze dell’elettorato italiano, che danno un Renzi in calo e un Salvini in crescita; e tuttavia sono utili per alcune riflessioni.

Da un lato, infatti, Renzi sta pagando l’eccessiva autostima e la sindrome di onnipotenza che, in modo incauto, gli avevano fatto promettere miracolistiche soluzioni a tambur battente, con uno scadenzario talmente serrato da ricordare – e non solo per questo – i tempi del “contratto con gli italiani” di Berlusconi; anzi accentuandone il carattere stringente. Ma non basta questo a spiegarne il calo, perché in fondo il popolo italiano ha un po’ fatto la tara alle mirabolanti promesse dei politici: ormai smagato, sa bene che non è possibile un successo in così breve tempo. Renzi ancor più paga il venir meno di quel momento fusionale per cui il popolo di sinistra e quello di centro-destra avevano visto in lui il latore di un rinnovamento che sembrava essere buono per tutti, intriso com’era di populismo ed efficientismo. Ma, alla prova dei fatti, il leader Pd ha soddisfatto le aspettative dei moderati che lo hanno sostenuto e invece grandemente irritato e disilluso chi, a sinistra, lo aveva votato sia per necessità (cosa altrimenti? Grillo o Berlusconi?), sia perché pensava che almeno alcune delle promesse fatte (eliminazione della precarietà, investimenti per la crescita economica, lotta alla corruzione ecc.) fossero mantenute. Ma l’impressione che Renzi ha dato a questa fetta del suo elettorato è stata quella di una gratuita arroganza e presupponenza, di un disprezzo e una palese irrisione per il suo comun sentire, unitamente alla frequentazione di personaggi e ambienti che certo mai sono stati in sintonia con esso.

E così avanza Salvini. Ma tale crescita di consensi non sarebbe stata possibile se il leader della Lega Nord non avesse operato delle conversioni strategiche senza le quali mai avrebbe potuto aspirare a qualcosa di più che una rappresentanza regionale: fine dell’utopia secessionista, ribattezzato in un più innocuo autogoverno delle comunità locali, e stop alla polemica antimeridionalista di vago sentore razzista, dirottata e canalizzata su un obiettivo in fondo unificatore dell’identità nazionale: i clandestini e gli extracomunitari che assaltano la fortezza Italia e ne minacciano i lavoratori, levando loro lavoro, assistenza, servizi sociali, case e sicurezza. “Prima gli italiani”: con questo slogan – unito all’ormai diffuso sentimento antieuropeistico e a vaghe nozioni egualitarie e populiste in odio a multinazionali, poteri finanziari, banche e “plutocrati” – è possibile una rappresentanza nazionale prima impossibile a motivo del precedente becero visceralismo antimeridionalista e secessionista.

Ma in questo turnover di leadership si va ormai rivelando una tendenza tipica dell’opinione pubblica italiana (e non solo): quella dell’affidamento, della fiducia nell’uomo solo al comando che, con bacchetta magica e spirito prometeico sia in grado di raddrizzare la baracca. V’è la necessità di aggrapparsi a un segno tangibile di speranza: non più idee, progetti, visioni del mondo che con la loro astrattezza non riscaldano più i cuori e non asciugano una sola lagrima – come diceva Chateaubriand –, ma persone, gesti, simboli, parole d’ordine, slogan mediaticamente efficaci. E tutto questo può essere incarnato solo da un individuo concreto, da un “salvatore” che dia volto e forma plastica ad aspettative, speranze, vaghi e sotterranei sommovimenti viscerali. E così, se Renzi non corregge e modifica rapidamente il comportamento e gli errori che gli hanno fatto perdere consensi (specie a sinistra), si avanza un nuovo leader: un Salvini, appunto. Perché ormai – come diceva Heidegger – solo un dio ci può salvare.

A proposito dell'autore

Docente di Filosofia

Professore ordinario di Storia della Filosofia all’Università di Catania. È stato direttore del Dipartimento di Processi Formativi dal 2006 al 2010 e coordinatore del Dottorato di Ricerca in “Scienze umane” del Dipartimento di Processi Formativi, in cooperazione con la Mississippi State University e la University of Nevada, Reno. Attualmente è Presidente della Società Filosofica Italiana. Ha recentemente pubblicato Maledetta università. Fantasie e realtà sul sistema della ricerca in Italia (Di Girolamo 2011), che è anche il frutto di una ricerca europea sulla società della conoscenza.

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