di Mariagrazia Miceli

Indagare il Sacro e il Profano all’interno di riti comunitari saldamente legati alla tradizione con una prospettiva originale. Questa è l’essenza di “Gente di Agata. Novella di una festa”, la mostra fotografica del messinese Alessandro Romeo – a cura di Dora Marchese, Aurelia Nicolosi e Marilisa Yolanda Spironello – che, dopo il successo delle precedenti esposizioni, è riproposta a Palazzo Trao Ventimiglia di Vizzini fino al 5 settembre.

La festa religiosa di Sant’Agata, patrona della città di Catania, è considerata il terzo festival al mondo per durata e partecipazione popolare, la cui bellezza ha guadagnato l’inclusione da parte dell’UNESCO nella lista dei beni antropologici patrimonio dell’umanità. «Un “popolo felice” è quello che ritrova la sua unità nelle feste e nei divertimenti». Le parole di J. J. Rousseau rievocano icasticamente gli sguardi, i gesti, le emozioni di un popolo devoto, che accompagna le celebrazioni agatine nei giorni cruciali, dal 3 al 5 febbraio. Ogni espressione della festa è catturata dall’artista attraverso sedici immagini, punto d’arrivo di un lungo e intenso reportage fotografico per le vie catanesi condotto tra il 2012 e il 2014. In esse si dipana il racconto inusuale dei simboli della religiosità, visti dal ‘basso’, cioè dalla gente che li ‘vive’ o li porta in spalla. Durante i giorni della ricorrenza, l’intera città si stringe intorno alla figura della martire, con un senso di partecipazione che è più antica del rituale rappresentato, per un desiderio ancestrale di appartenere ad una comunità.

 Il ‘sacco agatino’, il cui colore bianco, indice di purezza, si accoppia al berretto scuro (la scuzzetta), e le candolore, o cerei di Sant’Agata, grandi costruzioni in legno riccamente scolpite e dorate in superficie, sono descritti dall’obiettivo fotografico contestualmente ai volti ‘originali’, simbolo di una Sicilia crogiolo culturale senza eguali, humus fertile a cui attingere e da cui trarre ispirazione.

Scrivi