Qualche giorno fa in occasione dell’episodio del poliziotto che calpestava una manifestante distesa a terra – e di fronte alla stessa presa di distanza del capo della polizia – i colleghi ne hanno difeso il gesto; e chi lo ha commesso ha affermato – sfidando l’evidenza della ripresa televisiva – di “essere inciampato”. Evidentemente di fronte alle ripetute e proditorie menzogne a cui si assiste in televisione, per cui si può sostenere di essere travisati dai giornalisti quando tutti possono constatare con i propri occhi e sentire con le proprie orecchie quanto accaduto, la giustificazione dell’“inciampo” può sembrare una colpa veniale.

Ora assistiamo a un lungo applauso nel congresso del sindacato di polizia Sap in sostegno dei poliziotti che sono stati condannati (in Cassazione, dopo tre gradi di giudizio) per la morte di Aldrovandi, al punto che devono prendere le distanze e/o apertamente stigmatizzare tale comportamento il capo della polizia, il ministro degli interni e lo stesso premier.

Episodi che pongono la domanda: cosa sta accadendo fra gli uomini che sono preposti al mantenimento dell’ordine e che per ciò stesso dovrebbero essere innanzi tutto loro stessi a manifestare il più scrupoloso rispetto della legalità? Come si spiegano questi comportamenti? Sono solo schegge impazzite, poche frange isolate? O esprimono un malessere diffuso del corpo della polizia nel suo complesso? È solo un cedimento nervoso di uomini abbrutiti dallo scontro con chi li vilipendia, sputa loro in faccia, lancia sampietrini? E’ l’applauso solo un segno di scarsa cultura democratica e di senso del diritto?

Troppo semplice una tale diagnosi, che in fondo si affida alla patologia, al crollo dei nervi, alla devianza di una minoranza limitata anche se rumorosa. No, al fondo c’è qualcosa d’altro, di ben più grave, un veleno che è stato lentamente inoculato nel tessuto della democrazia italiana e delle sue istituzioni, di cui le forze di polizia fanno parte e che inevitabilmente finiscono per riverberare in modo più plateale ed evidente. Un veleno letale che si sostanzia in due componenti essenziali che, radicati in una lunga prassi comportamentale,  negli ultimi anni sono stati esasperati.

V’è innanzi tutto il senso di impunità di chi detiene il potere o la forza e che pensa di poter fare tutto quel che vuole, senza neanche avvedersi che nel periodo dei social network e delle riprese disponibili a chiunque con un semplice iPhone è difficile farla franca come una volta, quando i resoconti contrapposti dei cronisti rispondevano a differenti opzioni politiche e quindi si annullavano a vicenda; e ciascuno restava con la propria opinione di nicchia. Ma ancora più importante, v’è la tossina letale che porta a vedere in ogni sentenza della magistratura una opinione di parte, un disegno complottardo, una verità incompleta e monca, che può essere messa in dubbio ad libitum e che chiunque può contestare semplicemente sulla base di poche sommarie informazioni, di qualche plastico tv, di una ricostruzione abborracciata, senza aver fatto la fatica di leggere migliaia di pagine, di ascoltare centinaia di testimoni, di conoscere l’abc del diritto e della procedura.

Ebbene, quegli applausi sono la manifestazione di una voglia di giustizia fai da te ed esprimono una assenza di fiducia nell’ordinamento giuridico e della sua capacità di fare giustizia; manifestano una distanza pericolosa tra due organismi che dovrebbero strettamente collaborare, come le forze dell’ordine e la magistratura. Ciascuno si crede ormai dotato di una capacità di giudizio in ogni caso più esatta, più precisa, più ‘giusta’ di quella dei giudici. E così tutti si sentono in diritto di contestare le sentenze, di mostrare solidarietà nei confronti dei condannati, non importa se dopo tre gradi di giudizio, di irridere alla magistratura e alle istituzioni.

In questo clima cresce il rischio della voglia di giustizia su misura, del giudice della porta accanto, del magistrato eletto in base dalla proprie preferenze politiche, alle proprie idiosincrasie locali, regionali, razziali. Insomma, cresce la voglia di un’etica e di una giustizia che non valga per tutti, ma invece sia l’espressione di una identità, di una storia, di una tradizione, magari locale, di corpo, di ceto. Una cultura giuridica e di civiltà sta così lentamente sprofondando.

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