di Katya Maugeri

“I pantaloni? E che c’entrano i pantaloni?” La monaca era visibilmente divertita.
“Ma voi, sotto la tonaca, non li portate i pantaloni? Ho visto che padre Domenico, ce li ha i pantaloni, sotto la tonaca…”
“Ma lui è un uomo, no, Annetta, noi non li portiamo i pantaloni, credimi” e cercava di trattenersi dal ridere.
Dovevo essere proprio patetica.
“Ma allora, una si deve fare prete per portarli?”
“Non è necessario essere un prete, basta essere un uomo…”

Sicilia fine anni Ottanta. Tradizioni. Accordi taciti da mantenere, l’onore da non oltraggiare.
Un libro che divenne presto un best-seller internazionale, due milioni di copie vendute, tradotto in quindici lingue. Desiderio di libertà, indipendenza ed emancipazione, sono questi i temi che Lara Cardella riuscì a raccontare in maniera accattivante e diretta nel suo, “Volevo i pantaloni”, pubblicato nel 1989. Un romanzo autobiografico, scritto in prima persona, un vero e proprio “documento”, numerose e violente – infatti – furono le polemiche che accompagnarono la sua uscita. L’intera città di Licata, sindaco compreso, si ribellò all’immagine negativa riportata dall’autrice, la Cardella affermò di aver voluto semplicemente raccontare «una parte mondo che conoscevo senza alcuna volontà di denuncia». volevo i pantaloni_La protagonista, Annetta, vive la propria adolescenza all’interno di un nucleo familiare dalla mentalità ristretta, legata alle tradizioni del piccolo paesino in cui abita – solo quel che dice la gente importa, solo il loro giudizio conta – il suo sogno era di poter indossare i pantaloni proprio come tutti i ragazzi del luogo senza dover essere considerata una poco di buono. Il testo svela l’essenza di ogni sognatrice, la voglia di andare contro le ingiustizie e difendere i propri diritti. Gli adolescenti di oggi si limitano a seguire le tendenze del momento ciecamente, invece di dimostrare agli altri la propria identità, generando inevitabilmente, un quadro senza colore proprio, un profumo neutro che nessuno sarà in grado di percepire. Le compagne di Annetta sognano “il principe azzurro”, lei pensa di farsi monaca, non tanto per un desiderio religioso, ma perché convinta che le suore, sotto il loro saio, portassero i pantaloni. In una società autoritariamente patriarcale come quella in cui è ambientato il romanzo, i pantaloni assumono il simbolo del potere, dell’indipendenza, della libertà di espressione e di gestione, un ambiente in cui le donne non erano in grado di esercitare nessun ruolo se non quello di figlia, moglie e madre, poiché succubi dei padri, dei mariti e delle tradizioni popolari. La ragazza vive in prima persona ogni forma di violenza: fisica, da parte dello zio e psicologica a causa delle liti brusche con il padre – senza nemmeno uno spiraglio di comprensione -, con la madre e persino con le compagne. Loro sembravano così mature, consapevoli della loro femminilità, sicure di sé. Annetta, è un’estranea a se stessa e non approva ciò che – nonostante il suo volere – continuava a circondarla: «Nessuno era indifferente a nulla: tutto interessava a tutti. E, in un certo senso, questo è il lato umano della mia gente: sicuramente non hai la libertà di agire, ma non hai neppure la libertà e il diritto di crepare da solo. Neppure un cane crepa da solo, nel mio paese». L’unico modo per essere considerati una “persona” era quello di essere maschio, ed ecco che la nostra protagonista decide di intraprendere un processo di mascolinizzazione aiutata dal cugino Angelo. Comincerà a fumare, a radersi, ma ben presto l’inesorabile realtà e la differenza anatomica le faranno comprendere che non potrà mai essere totalmente un maschio. E come affermava risoluto e categorico il padre, a indossare i pantaloni erano solo “masculi” e “buttani”, quindi tenterà la seconda possibilità, ma senza nessun risultato. Annetta, rappresenta lo spirito di combattivo, lontano dagli schemi imposti, che silenziosamente vive in ognuno di noi, lei, nonostante il suo sesso fosse considerato inferiore, nonostante l’istruzione scadente e i traumi che vivranno in lei come cicatrici indelebili, riesce a esporre le proprie idee, cerca – nonostante tutto – di tracciare un percorso da seguire, per spiccare il volo, per liberarsi da catene che soffocano l’anima. Dal romanzo di Lara Cardella emerge una donna ribelle e coraggiosa, un diario che si pone come spaccato crudo e omertoso, della realtà di una Sicilia piena di pregiudizi e schiavitù psicologiche. Il lettore vive il percorso di Annetta con forte presa emotiva valorizzata dai dialoghi in dialetto (rigorosamente tradotti), uno stile semplice che consente di entrare maggiormente nell’atmosfera del racconto, immedesimandosi nella figura della protagonista: abbandonata, rinchiusa e dalla dignità violata! Miseria, ignoranza, avarizia, usanze da rispettare a costo della vita stessa, sono queste le sfumature che caratterizzano questo romanzo, Annetta in certi momenti stupisce e scandalizza per la durezza che mostra senza vergogna, senza giri di parole, trova il coraggio di desiderare qualcosa di diverso: il rispetto, l’uguaglianza, la libertà. I pantaloni. Ma questo “coraggio” non la porterà a realizzare i suoi progetti. In realtà, il “lieto fine” non è rappresentato dalla scelta finale, ma dal suo gesto “ribelle”: preparare – alla bimba che porta in grembo – un paio di pantaloni!
A distanza di anni, c’è chi ha voluto – con strategia di marketing – conquistare i lettori  attraverso le fantasie erotiche di un’adolescente che, anziché lottare per i propri diritti di donna, ha pensato bene di scandalizzare per la voglia di farsi bendare e per la facilità con la quale i pantaloni, li lasciava cadere!

K.M.

 

A proposito dell'autore

Determinata. Umorale. Contraddittoria. Parlare di me? Servirebbe un’altra me per farlo. Riesco ad analizzare, esaminare varie tematiche senza alcun timore, ma alla richiesta autoreferenziale, ecco la Maugeri impreparata! Caos. Ed è proprio in questo caos che trovo ciò che mi identifica, trovo stimolante tutto ciò che gli altri, per superficialità, ritengono marginale, amo trovare e curarne i dettagli. Credo che trattenere i pensieri e sentirli dibattere nella mia mente sia l’essenza della mia “devozione”. Amo scrivere, serve scriverlo?

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