Raccontare il viaggio nel tempo, in avanti o all’indietro, è materiale delicato da maneggiare con cura. Si rischia forte il ridicolo. O – che è anche peggio – di trovarsi avviluppati in una ragnatela di aporìe (contraddizioni) da stordire e stomacare anche i cervelli più fini e tolleranti.

Nel cinema – che è fatto di tanti ingredienti ma specialmente di immagini – pochi hanno resistito alla tentazione di far dialogare nella stessa scena il personaggio A come è nel presente e lo stesso soggetto A com’era nel passato. Variando di volta in volta solo il fattore del “chi ospita chi” (se A del passato è “raggiunto” all’indietro da A del presente, che a quel punto diventa del futuro oppure se A del presente che è raggiunto dal se stesso passato attraverso un viaggio in avanti).

E poi diciamocelo: la fantasia di un andirivieni lungo l’asse temporale è resa irresistibile anche da motivi etici, correttivi! Come si può rinunciare a scivolare, almeno una volta nella vita, nel piacere di giungere – armati di tablet, connessione a internet, videorecorder incorporato in full hd – al cospetto di Goebbels o di Himmler o dello stesso Furher e convincerli – anche solo mediante l’ostentazione di tale potenza di fuoco tecnologico – che è meglio per loro che la smettano se non vogliono passare seri guai……!

Un po’ quello che succede in quel godurioso Countdown dimensione zero, b-movie degli anni 80, in cui una tempesta magnetica trasporta la portaerei Nimitz in pieno secondo conflitto mondiale fra attoniti piloti giapponesi e altrettanto increduli politici americani. O nel bislacco e geniale Non ci resta che piangere, dove Benigni e Troisi celebrano la sostanziale impotenza dell’uomo contemporaneo quando è tagliato fuori dalla catena culturale e tecnologica che gli dà l’uso di una lampadina ma non la competenza per costruirne una! O nel serioso (e meno riuscito) Timeline di Peter Hyams, dove addirittura si rischia di poter riscrivere la storia a partire da una delle tante guerre anglo-francesi che insanguinarono il medioevo europeo.

Comune a tutte le imprese narrative che affrontano a muso duro il paradosso temporale è il problema che se si può viaggiare indietro nel tempo allora si può intervenire – in un qualsiasi punto di esso – per cambiarne il corso e dunque – ipso facto – per alterare il presente, compreso il fatto (precedentemente posto in premessa) che qualcuno sta per partire alla volta del passato, dove interverrà per cambiarne il corso, e così via e così via. Una roba da far venire il mal di testa anche solo a pensarci un attimo e che i registi spesso liquidano con una soluzione scenica sbrigativa ma efficace: facendo scomparire in una botta e via quel presente che è all’origine di tutta la sequenza narrativa (il presente che determina il passato, che determina il presente). Che logicamente si oppone alla sequenza cronologica (il passato che determina il presente, punto!).

X-Men Giorni di un futuro passato, ultimo episodio della serie tratta dalla Marvel Comics, non sfugge a tali trip concettuali e bisogna dire che lo fa con una certa grazia, lasciando che l’accento si posi sul carattere dei personaggi e sulla fascinazione del contesto storico (i primi seventies) più che sul meccanismo temporale.

I nostri supereroi mutanti devono impedire che la guerra –  scatenata contro di loro dagli umani, terrorizzati da alcune intemperanze di quelli fra loro (Magneto e Mystica) che non hanno mai voluto dialogare – si risolva in una disfatta totale e nella conseguente estinzione della loro specie. Unica e ultima chance: mandare nel 1973 Wolverine a convincere il Professore e lo stesso Magneto (nel frattempo ravvedutosi) a dare alle cose un corso diverso. Questa la linea narrativa, esile ma buona quanto basta.

Poi mettete: un cast strepitoso (Fassbender, Jackman, Lawrence, Stewart, McKellan, Berry), soluzioni registiche di gran classe, una gran cura per i dettagli (anche scenografici),  tecniche di morphing al servizio della storia e non viceversa. E mettete pure un delizioso gusto per i sottotesti politici – cui sappiamo il regista Bryan Singer piuttosto sensibile – che diventano irresistibili se si pone mente al fatto che il 1973 è l’anno della prima crisi petrolifera del dopoguerra e che a quegli anni (mese più mese meno) data l’inizio della controffensiva neo-liberista al trentennio post-bellico della democratizzazione del capitalismo. Ci piace tanto pensare che il viaggio indietro nel tempo, oggi, avverrebbe con intenzioni ben più radicali: sconsigliare Che Guevara di andare in Bolivia, creare una rete social per mobilitare le piazze latino-americane contro l’incombente “ufficio” politico della CIA fra Brasile, Cile e Argentina, fare una parlatina a Berlinguer sulla necessità di accelerare il processo di emancipazione del comunismo europeo dalla tutela sovietica, e così sognando…….

Ma c’è una cosa di questo godibile film che non va persa, per niente al mondo: la sequenza in cui viene affidato a Pietro Maximoff, mutante capace di muoversi alla velocità della luce, il compito di sbrogliare una matassa complicata durante un blitz nella tana del nemico. Pietro indossa i suoi bravi auricolari, attraverso i quali sentiamo una struggente rock ballad in puro stile west-coast a cavallo fra i 60 e i 70, e “aggiusta” le cose intervenendo sui nemici con grazia, leggerezza e ironia, spostandosi da un nemico all’altro come un protone attraverso un fascio di luce. Solo che per farcelo vedere, Synger riduce la sequenza ad un sinfonico ralenti, che fa muovere Pietro ad una velocità “normale” e immobilizzando tutti gli altri. Un pezzo da antologia del cinema che da solo vale l’acquisto del biglietto.

Correte!

A proposito dell'autore

Esperto in processi di comunicazione, psicologo

Si laurea in psicologia sperimentale a Roma. Dopo esperienze lavorative nell’ambito psicopedagogico inizia la sua attività in ambito sanitario. Contemporaneamente collabora con l’Università di Roma prima e di Catania poi come cultore della materia. Dal 2003 al 2009 è docente a contratto di psicologia della comunicazione presso la Kore di Enna. Ha pubblicato numerosi articoli scientifici e due volumi, uno su “Le strutture profonde della comunicazione” e l’altro su “il corpo disabitato: fenomenologia del fitness”. Dal 2008 cura i processi comunicativi dell’ASP 7 di Ragusa. Dal 2011 svolge attività pubblicistica per testate on line e la rivista “Le Fate: identità e cultura siciliane”. L’area dei suoi interessi va dalla filosofia alla musica al cinema.

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