Marco Iacona.
Una serata in via Santa Filomena, varco elegante tra via Umberto e via Pacini stracolma di localini alla moda. 18 novembre, Yves Bergeret poeta giramondo, ospite della libreria “Vicolo Stretto” legge e commenta se stesso. Legge versi da “L’uomo inadeguato” raccolta di poesie edita da “Forme libere” (tradotta da Francesco Marotta) e dedicata alla Sicilia. Commenta i suoi dipinti realizzati a contatto diretto con la natura e con i compagni di sempre: i vulcani e le isole. Soffici enigmi aggomitolati a dialoghi e aforismi: ecco come si presentano le opere di Bergeret.
L’autentica passione per ciò che è natura spiega il legame con la nostra parte di mondo di quest’artista francese. Parte di mondo – mi riferisco all’Etna – alla quale ha anche dedicato un poema. «Mi piace vivere sulle montagne» dice Bergeret agli «amici» che affollano l’incontro. Il clima è rilassato, le parole leggere, tutt’altro che vuote. Il mondo parla al posto degli uomini, se si possiedono cuore, pazienza, fantasia e poc’altro. I versi nascono da se stessi, frutto del contatto con ciò che ci circonda, aggiunge Bergeret con sicurezza tutta transalpina in un buon italiano. «La poesia all’aperto si scrive quasi da sé, nasce prima del libro; la montagna parla, la devi solo ascoltare».
Non che Bergeret non ami la poesia «tradizionale», quella «vecchia» e con essa la cultura italiana dalla romanità alla contemporaneità. Anzi. «Ma ho le mie preferenze: più che la cultura greca» confessa, «amo quella etrusca». La pagina scritta è appendice neanche indispensabile delle prove consumate per il mondo. In Africa, soprattutto. Le esperienze di tipo animistico – di vita vissuta, e di cosa sennò? – danno il “la” alle riflessioni e alle “creazioni” artistiche. In Mali, mi dice il giorno dopo al telefono, «c’è un piccolo popolo di contadini che vive tra le rocce arenarie. Un villaggio, solo cinquemila abitanti o poco più. Ho vissuto lì per circa dieci anni, condividendone i riti e sperimentando un tipo di poesia in “atto”». Di posti ne ho girati, in Europa e non solo. Sono stato anche in Spagna, adesso vorrei andare in Cina. Perché fermarsi?
«La prima volta che venne in Sicilia, signor Bergeret»? «Doveva essere il 1996 e c’era una pioggia incredibile. Venni l’anno in cui crollò la cupola di Noto. Venni qui per il mio editore. Fu anch’essa un’esperienza straordinaria. Andai sull’Etna naturalmente, facendo una lunghissima passeggiata e partendo dal rifugio Sapienza ». La Sicilia è fonte d’ispirazione d’accordo, ma e la sua anima? «La Sicilia non è certo solo questo, quante cose qui pagano il prezzo della “doppia lettura”?». «È vero» risponde, «in Sicilia la popolazione ha paura, subisce la pressione di poteri molto forti: tuttavia sa vivere con umorismo e intelligenza».
«Cosa le piace e cosa conosce della Sicilia»? «Se naviga sul web troverà un mio scritto ove parlo di Tindari, di Enna la silenziosa, di Noto antica e di Catania naturalmente. Ho anche scritto sulla festa di Sant’Agata». Corro a leggere acutezze d’antropologo. C’è una curiosa, originale, ingenua – vorrei ben dire – descrizione della festa durante il passaggio di una candelora nei pressi dell’aeroporto. Ingenuità – quasi una purezza parsifaliana – che zampilla dalla descrizione del “caos” cittadino, neanche ben ordinato, tra bambini, musicisti e “devoti” urlanti. E poi: quel lento, snervante movimento delle candele giganti trasportate ed esibite con impenetrabile orgoglio da tipi forzuti. Un rito animista, tra officianti in trance: «solo forza bruta e violenza ovunque» scrive. La sensibilità certo spiccata di Bergeret coglie nella forma di una cronaca per nulla insincera – ha ragione: non c’è mai bellezza né eleganza nei volti dei devoti – sottili trame da rompicapo. Quante incognite nella memoria. Insomma: cos’è quella festa? Essere “cittadini” vuol dire davvero essere devoti di una certa Agata?
Non si è poeti per caso. Bergeret invita al dialogo sabbia e onde del mare. Ma non cerca vie di fuga: non dimentica gli uomini.

Marco Iacona

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